L’arco tecnologico e l’umana ferita

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filottete
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C’è una tragedia di Sofocle, il Filottete, e sebbene sia stata scritta nel 409 a.c., racconta (anche) il nostro futuro.

Filottete, appunto, ha ricevuto da Apollo in persona un arco. Lui ha già una mira niente male e dunque l’arciere e l’arco formano una bella coppia.
Tuttavia una vipera morde il piede di Filotette e pure nel momento sbagliato, proprio quando si sta per celebrare un sacrificio ad Apollo, dunque il rituale si interrompe. Il sacrilegio ha delle conseguenza immediate su Filottete, la sua ferita non si rimargina, maleodora e fa tanto male, e allora, Ulisse, stanco dei lamenti dell’arciere decide, durante il cammino verso Troia, di lasciarlo sull’isola di Lemmo: un eroe inutile, che piangesse da solo.
Ma Troia è dura da espugnare, Achille è pure morto, allora Ulisse decide di tornare a Lemmo, per riprendere Filotette. Si porta con sé l’ultimo figlio di Achille, Neottolemo, un adolescente dal cuore tenero.
filotteteUlisse ha un piano e lo dice a Neottolemo: vallo a prendere, fallo avvicinare alla barca, ma poi rubagli l’arco, così fuggiamo e lo lasciamo sull’isola. Neottolemo si lamenta: ma è un inganno!
Ulisse risponde: certo che sì! Che pensavi? Dobbiamo vincere, abbiamo bisogno dell’arco, domani potrai essere un uomo onesto, non oggi. Neottolemo trova Filottete, stessa ferita, stessi lamenti, eppure Filottete si piega per il dolore ma si rialza sempre, più forte e deciso, e così Neottolemo capisce quello che Ulisse nella sua intelligenza pratica non vede: arco e arciere sono indissolubilmente legati, arco e ferita non possono essere separati – dirà il critico americano Wilson, commentando in sei eccellenti pagine la tragedia (l’arco e la ferita)- non si può portare solo l’arco o solo la ferita, vanno presi insieme, la ferita, il dolore ci permettono di prendere bene la mira.
Per questo Neottolemo decide di portare l’arciere di nuovo a Troia. Ora, la specie umana e la sua intelligenza si fonda sul senso di finitudine, e dunque prendere coscienza della ferita dovrebbe essere il viatico principale per la vittoria: abbiamo dei corpi feriti, no? Affrontiamo la ferita.
Tuttavia, se la ferita maleodorante e dolorosa di Filottete potrebbe, a suo tempo, aver guidato i Greci e forse noi sapiens verso la vittoria, è pur vero che gli archi possono cambiare gli arcieri.
Un nuovo arco, tecnologico, dunque, non avrebbe il compito di illuminare meglio la ferita per poi centrare il bersaglio con maggior precisione, ma di cancellare la ferita, cambiare nella sostanza il corpo dell’arciere, quindi la natura umana: meglio abolire che conservare la ferita, abbasso l’umanesimo e le sue ferite, viva le nuove protesi. Dunque, diciamo che l’A.I. può fornirci un nuovo arco e questo modifichi o cancelli quello che siamo stati finora, bene cosa accadrà?

Vivremo 150 anni e più e allora cambierà l’amore? E I ruoli che giochiamo nell’amore? Che succederà? Ti fidanzi con una persona a 30 anni e dopo 120 anni stai ancora con lei? Fedeltà/infedeltà, lealtà/tradimento, saranno coppie morali ancora valide? O ti sarai seccato prima, non solo di lei e lei di te, ma pure del tuo ruolo di maschio, magari vuoi provare altro, vuoi provare a essere donna o altro ancora, tanto il tempo c’è. E la famiglia? Con le suddette trasformazioni? Che ne sarà di lei?
E la politica? Essere di destra o di sinistra, conterà quando vivrai fino a 150 anni? Sì, perché ti verrà la curiosità, la curiosità rovina i ruoli, e dunque vorrai, perché le giornate si allungano e fa buio tardi e senti quell’energia che precede il tramonto, vorrai provare più ruoli o goderti di più la vita, insomma essere conservatori o progressisti quando si vivrà fino a 150 anni-noi che ci dovete perdonare ma a stento per millenni siamo arrivati con la dovuta lucidità a 60 anni- insomma allora essere conservatori o progressi non sarà così scontato.
Se l’A.I risolverà alcuni problemi e ci donerà tempo, allora arricchiremo la nostra parte spirituale e saremo più amici, più amanti, più padri e madri, più amorevoli e custodi delle nostre e altrui imperfezioni e ci sentiremo appunto post umani perché umani migliori, liberati dalla bassezze che le contingenze ci impongono? O a lunga vita corrisponderà una lunga noia, un lungo sonno, cercheremo allora l’oblio, e sì, dall’amore, dall’amicizia, dalla società, meglio dormire che essere e affrontare i colpi della vita.
E se il post human ci porterà diritti diritti nel territorio del pessimismo radicale? Invece di abolire le nostre ferite le sentiremo più forti ? Incapaci come siamo di stare con un amico senza provare noia, di vivere senza sbadigliare, di avventurarci e amare senza sapere perché, e allora vorremmo farla finita subito, decrescere senza moltiplicarsi mai più, disperdersi nel cosmo?
Ci possiamo anche pensare ma il paradosso è che il nuovo arco è alle porte e cambierà il nostro modo di pensare.

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di Antonio Pascale

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°203
MARZO 2020

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