L’11 maggio scorso il governo italiano introduce pubblicamente Immuni, l’app di contact tracing digitale per il contrasto e il contenimento del covid-19.  Lo strumento in sé tutela sia salute che la privacy non consentendo a terzi di raccogliere dati dei cittadini. Infatti, i dati raccolti dall’app e gestiti dal Ministero della Salute sono davvero il minimo necessario per tale tipo di uso (la verifica delle esposizioni a rischio) e sono principalmente dati statistici.

Immuni rappresentava una traccia digitale, sicura, verificabile e soprattutto facile da ripercorrere in caso di contagio. Quando l’epidemia di Coronavirus ha cominciato a montare, le app di contatct tracing sembravano uno degli argini migliori per il contagio. Non è stato così.

Cosa non funziona

Sin da subito i dati di downloading sono stati molto bassi attestandosi ad un 11% della popolazione e subendo solo una lieve risalita nelle ultime settimane, quando c’è stata una rapida impennata dei contagi. Un flop, se consideriamo che si era inizialmente parlato del 50 per cento della popolazione come obiettivo soglia per rendere l’app davvero efficace. E ora ci si interroga su quali siano le motivazioni di un tale fallimento.

Innanzitutto le difficoltà tecniche: il software ha subito numerosi ritardi, finendo per arrivare sui telefoni degli italiani in un momento in cui l’emergenza non faceva più così paura. La compatibilità con i telefoni non di ultima generazione si è poi rivelata difficoltosa. Una persona su quattro ha dichiarato che il proprio smartphone non supportava l’app.

Il problema non è solo tecnico

Secondo vari sondaggi che hanno provato a esplorare le percezioni degli italiani al riguardo, in molti (troppi) non ritengono di potersi fidare delle istituzioni. I dati sulla salute pubblica sono molto sensibili e gli enti statali, quanto a “prestazioni telematiche”, hanno spesso dato pessima prova di sé. Il risultato è che, per quante rassicurazioni il governo voglia dare, gli italiani non si fidano.

La comunicazione

Rimane in fine la questione della comunicazione interna ed esterna. La constatazione degli stessi cittadini è che all’informazione di essere stati a contatto con un contagiato non fa seguito nulla. Non esistono corsie preferenziali per l’esecuzione di un tampone al cittadino che responsabilmente vuole accertarsi di non essere diventato portatore di contagio. Chi segue la procedura, auto-dichiarandosi, è per lo più lasciato in un limbo, rimandato di sportello in sportello, senza essere messo in grado di sapere se può continuare a condurre normalmente la propria vita e le proprie relazioni o invece sia necessario che s’isoli. L’app avrebbe senso solo se inscritta in un sistema sanitario efficiente e bilanciato, e già configurato per espandersi in occasione di epidemie. Pertanto, solo il 19 ottobre scorso, nell’ultimo DPCM si obbligano le Asl a usare Immuni per segnalare i contagi.

Per quanto inerente la campagna di comunicazione, della durata 4 mesi, è terminata in settembre. Organizzata da Publicis Groupe pro bono, si è svolta in tre fasi: il lancio nel mese di giugno, una fase di mantenimento a luglio, agosto e inizio settembre e una fase di recall all’avvio dell’autunno. Un piano pubblicitario che evidentemente prevedeva di raggiungere in breve tempo la fantomatica quota di 60% di download. Peccato che gli opinion leaders pro Immuni scarseggino. Mentre riecheggiano come bombe notizie di parlamentari impermeabili all’app. Si riaccende così il circolo vizioso del complottismo basato sull’uso scellerato di dati sensibili.

In un tale groviglio di errori sorprende come le regioni che hanno preferito realizzare app distinte, basate sulla comunicazione dal “basso” sono riuscite ad ottenere risultati migliori di Immuni, è questo il caso di ViralVeneto.

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