L’antro magico. Giovan Battista Recco: Interno di cucina

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Giovan Battista Recco Antro Magico interno di cucina
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Magia, alchimia, alambicchi, provette, fumi colorati e odori penetranti. E poi ecco la magia, la pietra filosofale, quella che trasforma il vil minerale in oro.
Dov’è questo antro dell’alchimista?

Certo, ci piacerebbe portarvi al cospetto di Melquíades gitano, fra i piccoli pesci d’oro di Aureliano Buendía, ma invece per noi italiani allevati nella religione del maccherone e del sugo, dell’olio, delle verdure e delle carni varie, dei pesci e dei crostacei, siamo in cucina!

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Fra Seicento e Settecento essa diventa addirittura un topos pittorico e letterario. La celebrazione di questo tempio esoterico la trovate nella natura morta napoletana, gli Interni di cucina di Giovan Battista Recco, uno dei più importanti passaggi di quell’autentica scuola che è la natura morta napoletana, la quale parte dal caravaggismo, come il dipinto in questione, e attraverso contributi fiamminghi e forse spagnoli giunge ad elaborare un compiuto codice barocco. Come in tutti gli antri alchemici vi sono quelli ordinati, e nel loro ordine un po’ inquietante, ci sono anche quelli dominati da una confusione indescrivibile, in cui oggetti e corpi, animali o vegetali si mescolano a tegami, pentole ed attrezzi vari, e poi troviamo quelli dove domina la figura dell’alchimista, cuoco o cuoca che sia. L’autore ha mostrato tutto ciò in tre diversi laboratori, tutti ritratti da Giovan Battista Recco, esponente di un’ampia famiglia di pittori napoletani del Seicento; fra gli altri membri ricordiamo il fratello Giacomo e il nipote Giuseppe che per una strana ironia della sorte fino a qualche decennio fa erano i soli veramente noti alla critica d’arte. Ma a volte, anche agli artisti, come succede a Venere, capita di nascere da una conchiglia, da un’ostrica per la precisione. E già! Perché un cesto di ostriche sarà il primo dipinto sicuramente attribuito, in quanto firmato per esteso, da Giovan Battista Recco.

È questo, quindi, il maestro ritrovato e riconosciuto, che ci guida nei vari laboratori. Nell’immagine in alto è riportato uno dei tre capolavori che si trova a Capodimonte, dove finalmente ci troviamo di fronte all’ordinato ripiano di cucina con tegami, piatti decorati, pani, formaggi e una testa di caprone che veramente rimanda ad un immaginario esoterico, il tutto perfettamente disposto con virtuosismo pittorico in cui anche l’equilibrio precario dei coltelli, poggiati sul bordo del ripiano, sembrano fissare il momento prima che cominci il sacro esperimento.

Immaginiamo di passare in quella cucina, in quel laboratorio esoterico, dopo l’esperimento, dopo l’elaborazione misteriosa e misterica del cibo, come in un antro alchemico dopo l’esplosione di polveri e fluidi: veniamo catapultati adesso in uno degli interni di cucina; questa volta trattasi di una collezione privata di Cremona, già in Collezione Astarita, dove nulla più è in ordine, pentole e calamari, sedie e ceste, polli lugubri e tristi salami in ordine sparso; è una buia caverna dai contorni indefiniti e inquietanti, vietata ai profani, a chi non è iniziato ai segreti dell’arte culinaria, un luogo pericoloso, magico e inesplicabile.

Invitiamo il lettore di Informare a trovare l’immagine. È il vero manifesto della pittura, una cucina dove solo il pennello-mestolo dell’artista-cuoco può mettere ordine e creare sapori, luci e colori.

di Roberto Nicolucci

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°225 –  GENNAIO 2022

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