L’antica città di Ercolano: il Parco Archeologico raccontato dal direttore Francesco Sirano

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Patrimonio UNESCO dal 1997, il Parco Archeologico di Ercolano, è una delle principali mete culturali presenti sul territorio campano. L’antica città di Ercolano fu ritrovata casualmente nel 1709 ma, le indagini archeologiche, cominciarono solo nel 1738 grazie al re Carlo III di Borbone. Amedeo Maiuri, noto archeologo e accademico italiano, promosse uno scavo sistematico dell’area a partire dal 1927 al seguito del quale furono rinvenuti numerosi reperti oggi ospitati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, nella collezione Villa dei Papiri. A raccontarci i dettagli del Parco Archeologico è il Direttore Francesco Sirano.

Che apporto crede di aver dato ai fini della valorizzazione del Parco Archeologico da quando è arrivato?

«Se devo sintetizzare in una parola il mio contributo: apertura. Il visitatore è al centro di ogni nostra azione e il Parco ambisce a trasferire questa logica verso tutti coloro che considera la propria comunità di riferimento, la quale non si limita al territorio circostante ma si estende a tutti coloro interessati a questo comune patrimonio dell’Umanità. E non basta perché le prossime sfide sono quelle verso il non pubblico. Per fare questo abbiamo messo in campo una pluralità di azioni di breve e medio periodo: accrescere l’offerta culturale in termini quantitativi e qualitativi, diversificare i modi di fruizione, moltiplicare le interazioni. La nuova identità visiva in questo senso non è un “bel segno grafico”, ma l’illustrazione di un luogo che valorizza le connessioni ancora prima dei nodi. Mi emoziona ogni volta discendere lungo la Rampa Martuscielli e tornare indietro nel tempo, così come accedere alla città come facevano i pescatori nel 79 d.C. Essere il Direttore del Parco Archeologico è una grande responsabilità che si può affrontare solo con tanto lavoro fatto di studio, valutazioni, riflessioni, capacità di scelte rapide, elaborazione di strategie, ascolto sia del team sia delle sollecitazioni che vengono dall’esterno. Un Direttore deve avere una sua visione e lavorare non solo per il breve periodo, ma soprattutto pensando a come sarà Ercolano nel 2040».

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Quali sono le caratteristiche specifiche di Ercolano?

«Lo straordinario stato di conservazione dei materiali organici, dei piani elevati e dei tetti degli edifici antichi, dell’intero fronte a mare della città, di centinaia di elementi architettonici e decine di mobili in legno, è dovuto all’azione, insieme distruttrice e conservatrice, dei sei flussi piroclastici che nel giro di poche ore investirono Ercolano ricoprendola sotto una coltre la cui potenza va dai 12 ai 26 metri di spessore. La natura fisico-chimica di questi flussi fu tale che il risultato finale potrebbe essere avvicinato a una sorta di effetto sottovuoto. Senza ossigeno, benché le temperature abbiano raggiunto un range compreso tra i 300 e i 500 gradi centigradi, il materiale organico non bruciò, mentre i tessuti del corpo umano paradossalmente evaporarono all’istante. Tutti questi dati non sono utili solo per la storia antica ma anche per capire come organizzarsi in vista di future eruzioni».

Cosa distingue una visita al Parco Archeologico di Ercolano da quella a Pompei?

«Pompei ed Ercolano hanno condiviso la stessa tragica sorte e sono indissolubilmente legate nella storia e nell’immaginario collettivo. Tuttavia tra i due centri vesuviani ci sono notevoli differenze, sia per quanto riguarda la vita dei rispettivi abitanti, sia per quello che ne ha caratterizzato la fine. Completamente differenti sono, infatti, le dinamiche del seppellimento che, a loro volta, hanno creato condizioni diverse di conservazione: mentre Pompei è stata sepolta da un’intensa pioggia di cenere e lapilli, Ercolano è stata investita da flussi piroclastici successivi, giunti a temperature altissime, e con una tale densità fisica da essere privi di ossigeno, sigillando l’intera città sotto una spessa coltre di materiali eruttivi che fecero scomparire l’abitato e spostarono la linea di costa di circa 400 m rispetto all’antico litorale. Tutto questo ha un riflesso sulla qualità umana dell’esperienza di visita di Ercolano. Probabilmente, infatti, una delle differenze tra i due siti che salta più all’occhio dei visitatori, anche per l’impatto emotivo che suscita, è la conservazione dei resti umani. Se a Pompei, infatti, la decomposizione dei corpi ha impresso la loro impronta nella cenere permettendo agli archeologi di realizzare dei fedeli calchi delle vittime, a Ercolano i flussi piroclastici fecero letteralmente evaporare i tessuti molli e nel fango vulcanico si sono conservati gli scheletri degli sfortunati abitanti, dal cui studio si possono recuperare interessantissime notizie su stili di vita, patologie e regimi alimentari. È recentissima la scoperta di tessuto cerebrale vetrificato, con la preservazione integrale di strutture neuronali, nei resti umani appartenenti al custode del Collegio degli Augustali, che forse dormiva quando l’onda di calore lo avvolse disteso nel letto, dove il suo scheletro è stato rinvenuto. Ciò che più impressiona è che molte di queste vittime avevano ancora indosso gli effetti personali, quali borse, strumenti da lavoro, lucerne, monili e altri oggetti di ornamento, realizzati in materiali che meglio hanno resistito allo choc termico».

Informareonline-parco-archeologico-2La mostra “SplendOri. Il lusso degli ornamenti ad Ercolano” ha avuto un incredibile successo tanto da diventare permanente. Ne avete nuove in programma?

«“SplendOri” è la prima grande mostra del Parco Archeologico di Ercolano all’interno dell’Antiquarium del Parco. Gioielli, monete, gemme, arredi e strumenti preziosi per i banchetti delle occasioni speciali sarebbero solo “cose” per quanto preziose se non fossero inserite in un racconto che ne evoca il profondo significato sociale e le inserisce nel loro contesto di ritrovamento, di utilizzo e di produzione, se non tornassero nelle mani e sui colli dei loro proprietari. I materiali provengono da edifici pubblici, dalle Domus e dalle botteghe dell’antica Herculaneum e restituiscono un’immagine vivida, complessa e felice di questa comunità. Un cospicuo gruppo di reperti fu trovato nel corso degli scavi sull’antica spiaggia dove, come noto, si era rifugiato con i propri averi e nell’abbigliamento confacente al rango di ciascuno, un folto gruppo di abitanti della sventurata città in attesa della missione di salvataggio che almeno per loro non andò a buon fine».

L’autonomia a seguito della separazione dalla Soprintendenza di Pompei quali grossi cambiamenti ha comportato?
«La creazione di un nuovo Istituto ha prodotto benefici tangibili in quanto essa comporta, oltre alla titolarità di una contabilità autonoma, anche lo snellimento dei processi decisionali, la tempestività delle attività di tutela, conservazione e ricerca, nonché strategie mirate di comunicazione, oggi fondamentali in seguito al diffondersi della comunicazione web. L’unico luogo di età romana con edifici conservati in tale quantità sino al terzo piano di altezza. Il solo sito che abbia restituito così tanti reperti organici. L’unica biblioteca del mondo antico, la famosa collezione di papiri che dà il nome alla Villa, è stata trovata qui. Ercolano è un luogo della cultura troppo importante e con sfide per la conservazione e la fruizione troppo grandi per essere un ufficio periferico della ex Soprintendenza di Pompei.
Condividiamo con Pompei lo stesso sito UNESCO e i rapporti sono continui e strettissimi. A beneficiare della sopravvenuta autonomia sono state in primo luogo la cura e la manutenzione del Sito, ciò infatti, sembra essere stato ben compreso dai visitatori che crescono in modo esponenziale. L’incremento dal 2016 al 2019 sfiora il 30%. Tale trend positivo è frutto sia dello sviluppo di progetti culturali di grande attrattiva, sia di nuove strategie organizzative che hanno contribuito a mettere in luce Ercolano nell’immaginario collettivo e a renderla sempre più spesso meta di tour appositamente programmati, non più quindi come fugace appendice di visita alla più nota e vasta Pompei».
Il periodo pandemico in che modo ha inciso sull’attività del Parco?

«La pandemia è stata insieme uno shock e una grande occasione per ripensare molti aspetti della gestione del sito e lavorare in modo innovativo su entrambe le principali linee strategiche del Parco: la tutela e la valorizzazione.
Nell’immediato c’è stata una reazione necessaria, a seguito della quale, il Parco ha ridefinito i propri obiettivi e riorganizzato le attività in modo da equilibrare lavoro da remoto e necessità connesse ai sopralluoghi sul sito, illustrazione, diffusione dei valori culturali e visite in presenza e in sicurezza.
Nella prospettiva dei prossimi anni è apparsa subito chiara l’opportunità di aumentare la capacità da parte del Parco, tanto del personale quanto del patrimonio archeologico, di affrontare al meglio difficoltà come quelle che abbiamo tutti sperimentato nell’ultimo anno e mezzo. Ogni futuro progetto terrà conto sempre di quello che abbiamo imparato e delle soluzioni che si possono individuare per adattarsi con facilità alle nuove situazioni».

Avete approfittato del lockdown per migliorare l’area archeologica?

«La pandemia ha evidenziato le criticità e i punti di forza del Parco. Alla dolorosa chiusura dei cancelli un anno fa corrispose l’attivazione delle nostre capacità di resilienza. Ci siamo ispirati all’eroe fondatore della città antica: Ercole che non si arrendeva di fronte a nessuna difficoltà. Ma soprattutto abbiamo fatto gioco di squadra all’interno del MiC – Ministero della Cultura –, con il partenariato pubblico-privato con la Fondazione Packard attraverso l’Herculaneum Conservation Project e con tutte le nostre connessioni sul territorio. A parte le visite del pubblico nei dolorosi periodi di chiusura, nessuna nostra attività si è fermata. Anzi, abbiamo accelerato le attività di progettazione e di svolgimento delle gare. Il Parco ha anche deciso di investire sul proprio futuro e, in attesa di prossimi concorsi pubblici, ha lanciato una selezione per sei figure tecnico scientifiche di altissima specializzazione per potenziare ancora di più la nostra capacità di mettere in campo progetti e di poterli seguire adeguatamente.
Il Parco mostra di aver gestito un flusso di attività incrementato grazie al massiccio ricorso alla digitalizzazione e alla razionalizzazione dei processi, ma soprattutto grazie alla dedizione di tutti quanti qui al Parco lavorano per questo luogo culturale unico.
Ecco, quando sento degli statali fannulloni io sorrido e mi ricordo sempre di essere nato il 12 luglio, giorno di San Fortunato».

di Rossella Schender

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

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