L’Africa e Luca Attanasio: una storia che continua

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Nel libro di Matteo Giusti i misteri sulla morte del giovane Ambasciatore
Nel mondo del XXI secolo, fortemente globalizzato ed industrializzato, il continente africano, grazie alle sue enormi risorse e ricchezze, estratte, espropriate e commercializzate, diventa il centro vitale di quei sistemi economici dei paesi fortemente sviluppati che quelle risorse le utilizzano per accrescere la loro forza e il loro potere. Per farla più semplice, dobbiamo immaginare il grande continente africano come il cuore del mondo, centro propulsore dal cui interno si diffondono verso l’esterno (in direzione sia dell’Oriente che dell’Occidente) le ricchezze e le risorse necessarie che permettono il sostentamento della qualità della vita contemporanea. Tuttavia, proprio per le sue caratteristiche che ne fanno un paradiso in terra, il continente africano, da secoli, è vittima di colonizzazione e di sfruttamento indiscriminato che ne hanno fortemente danneggiato la salute, sua e quella dei suoi abitanti, tanto che questo enorme continente è ormai conosciuto come “il grande malato”.

La storia di questa continua e sempre più intensa schiavizzazione dell’Africa è relativamente antica, bisogna risalire all’età moderna per avere notizie sul suo entroterra, che giungono a noi tramite i racconti e i resoconti dei viaggiatori e dei missionari portoghesi, colonizzatori della costa atlantica. Terre fertili, risorse naturali, oro, argento, diamanti hanno riflesso il loro bagliore negli occhi lussuriosi di Francia, Gran Bretagna, Belgio, Spagna, Portogallo, Italia, che si sono avventurate in queste terre per impossessarsene. Sono cresciute le società e si sono complicate le strutture economico – sociali che le reggevano, ma la brama di dominio e di potere non si è mai spenta. Uranio e cobalto sono stati i minerali più ricercati ed estratti nel corso del Novecento. Con questi elementi naturali è possibile fabbricare armi nucleari: strumenti di morte e di infallibile distruzione. Nel 1945 le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki sono state realizzate con l’uranio proveniente dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo.

Oggi il coltan. Tutti, proprio tutti abbiamo quotidianamente fra le mani questo materiale, lo maneggiamo con disinvoltura. Coltan è la contrazione di columbite-tantalite e il suo valore dipende dall’alto o meno tenore di tantalite. Il coltan è utilizzato per la fabbricazione e realizzazione di strumenti tecnologici, come smartphone, computer, telecamere e televisori: serve ad ottimizzare il consumo di energia nei chip di nuova generazione, portando un notevole risparmio energetico e a ottimizzare, quindi, la durata della batteria. La funzionalità di ogni apparecchio elettronico dipende proprio dal coltan, ad alto tasso di tantalite. Per le industrie informatiche è di vitale importanza ottenere questo materiale, e nello specifico ricercatissimo è il coltan congolese. Quello che viene estratto nella Repubblica democratica del Congo è ad alto tasso di tantalite, da qui il suo alto valore. Inoltre, la particolarità di questo minerale sta nel fatto che non si trova ovunque: l’80 per cento delle riserve mondiali si trova nelle terre congolesi.

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Da qui l’interesse di più Stati a tener legate alla catena le terre e le popolazioni che le abitano. Obiettivo comune è il saccheggio delle miniere e delle ricchezze della regione, null’altro. In Congo più di 130 gruppi armati, assoldati e finanziati da potenze estere, da multinazionali e da politici corrotti che inseguono interessi personali, girovagano fra le terre instaurando il regime della cleptocrazia. Violenze, massacri, deportazioni, stupri, deportazioni, diventano i metodi persuasivi più usati per far rispettare le altissime quote di materia prima che ogni comunità deve rendere.

In questa storia di lento e continuo svilimento, di violenze, sopraffazioni e soffocamenti, l’ambasciatore Luca Attanasio era una nota dissonante. «Un uomo buono, generoso, onesto che impegnava la sua vita e la sua missione diplomatica ad aiutare i più deboli e bisognosi. Una figura chiara e limpida che stava diventando un simbolo di rinascita e che tanti ricordano con affetto e nostalgia». Con queste parole Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018, commemora il ricordo dell’ambasciatore italiano nella prefazione al libro di Matteo Giusti “L’omicidio Attanasio. Morte di un ambasciatore”, Castelvecchi 2021.

La bravura di Matteo Giusti sta nel saper delineare con grande chiarezza il quadro della vita in Congo. Egli ricostruisce le vicende storiche, politiche, i conflitti di interesse e i giochi di potere, che sin dall’età moderna hanno portato “il grande gigante” a divenire “malato”. Con occhio lucido e realistico Giusti guarda lo sfondo agitato e violento al quale Attanasio non si era arreso, nella speranza, corroborata dall’impegno quotidiano, di riuscire al cambiarlo, seppur minimamente. Infine, ricostruisce gli eventi tragici di quella mattina, definita “maledetta”, che hanno portato alla morte di Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo.

Matteo, quale realtà l’ambasciatore Attanasio ha dovuto affrontare?

«La situazione in Congo è drammatica fin dalla sua nascita. La sua esistenza e sta tutt’ora peggiorando tra gruppi guerriglieri, cataclismi e persone che cercano di approfittarsi delle ricchezze del paese. Luca Attanasio credo si sia trovato all’interno di un sistema consolidato, dove la violenza, la voglia di prevaricare sugli altri era talmente forte, talmente radicata da travolgere tutto. Ci sono state delle gravi responsabilità nella sua morte. Io prima di tutto ritengo responsabile di leggerezza il WFP (World Food Programme). Quella mattina i tre protagonisti di questa tragica storia stavano viaggiando con il WFP per verificare la distribuzione di cibo nelle scuole di Rutshuru e questo spostamento faceva parte di tre giorni che l’ambasciatore italiano aveva dedicato a questa zona del Congo. Improvvisamente un gruppo di sette assalitori ha attaccato le auto. Il WFP aveva ufficialmente definito la Route Nationale 2 sicura. Il vicedirettore della Comunicazione dell’agenzia onusiana ha più volte dichiarato che la scorta non era necessaria su quel tratto di strada e questa è sicuramente una grossa falla ella percezione della realtà del Kivu del Nord: qui la violenza è realmente all’ordine del giorno».

Come si spiega la fragilità delle istituzioni?

«La Repubblica Democratica del Congo ha una capitale ad Ovest e un paese ad Est. È molto difficile governarlo. Le classi politiche che si sono succedute non sono mai state interessate a fare qualcosa per la popolazione, hanno pensato solo ad arricchirsi. I paesi confinanti saccheggiano il grande gigante morente africano tutte le volte che possono: io ricordo sempre che il Ruanda esporta minerali che non ha. Com’è possibile? È evidente che questi minerali vengono contrabbandati dai gruppi guerriglieri che li portano in Ruanda Burundi Uganda, che cambiano provenienza grazie ad un semplice documento, e in quel momento quel prodotto diventa ruandese e viene esportato in tutto il mondo.

La Cina oggi è diventata un partner molto molto importante: è subentrata alla Francia che comunque sta cercando di recuperare il terreno perso. Ricordiamo che il governo francese ha responsabilità chiare e nette per il genocidio del Ruanda del 1994. Anche lì si gioca su uno scacchiere internazionale importante. Anche la Russia ha interessi in Africa. La Russia sfrutta mercenari sparpagliati qua e là per sostenere i paesi; basta pensare che la guardia personale del presidente della Repubblica centroafricana è composta da mercenari russi. L’Europa invece sta progressivamente perdendo terreno, mentre gli Usa sembrano poco interessati a quelle zone».

Come stanno procedendo le indagini riguardo agli eventi del 22 febbraio?

«Ci sono tre inchieste in contemporanea: una delle Nazioni Unite, una della Magistratura italiana e una della Magistratura congolese. Le Nazioni Unite hanno fatto dei rilievi e poi ha chiuso le indagini consegnando i propri documenti alla Magistratura italiana deresponsabilizzandosi. La Magistratura italiana ha invece inviato agenti in Congo, ma nonostante le loro capacità, le mie fonti giornalistiche locali mi dicono che le prove saranno insabbiate il prima possibile. Credo che non verrà fuori niente, credo che non sapremo mai cosa è successo quella mattina del 22 febbraio. Sarà uno dei tanti misteri dell’Italia che macchia la nostra diplomazia».

Ci si augura che i progetti di Luca Attanasio possano continuare. Quali sono gli sviluppi?

«È stato nominato un nuovo ambasciatore ma non c’è stata ancora l’occasione per una presentazione ufficiale. Mi auguro che i progetti avviati dall’ambasciatore Attanasio non cadano dimenticati. Ci sono associazioni che portano avanti gli stessi ideali di Luca, come Mamma Sofia, l’associazione umanitaria creata da Zakia Seddiki, la moglie di Attanasio, che ogni anno salva la vita a centinaia di bambini nelle aree più povere del Paese».

di Nicola Iannotta

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°222 – OTTOBRE 2021

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