“L’acqua del lago non è mai dolce”

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Giulia Caminito scrive la vita vera senza sconti

Sono i primi anni del Duemila, Gaia è una bambina, vive in pochi metri quadri con tre fratelli, un padre disabile, fulminato” e una madre infaticabile, inesorabile, che entra in ogni cosa; nella casa sul lago di Bracciano Gaia è adolescente, le è venuto un carattere duro, ha fatto labitudine al nulla della sua famiglia contro il tutto degli altri e annaffia una rabbia che germoglia in violenza. Lacqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito, candidata al Premio Strega 2021è una storia vivida e potente, che ricostruisce strade già battute con materiali sempre nuovi, trascinando il lettore dentro una scrittura ipnotica e quasi poetica, di innata originalità 

“L’acqua del lago non è mai dolce”: il titolo sembra quasi una metafora della storia che il tuo libro racconta. Sei d’accordo?  

«Il lago è un luogo simbolo per me, il posto in cui sono cresciuta. In questo caso è sicuramente anche una metafora per la storia del libro, per la vita di una ragazzina che seguiamo dall’infanzia fino alletà adulta, che non riesce mai ad andare oltre un perimetro chiuso e paludoso, che inghiotte e trascina a fondo, come appunto quello di un lago, la cui acqua si dice dolce, ma in realtà ha un sapore che non è facile definire. Allo stesso modo Gaia è una ragazza che trova difficilmente definizione, non sa chi è e cerca stessa» 

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Per il personaggio di Antonia, la madre di Gaia, ti sei ispirata ad una storia vera. Ti andrebbe di raccontarcela? 

«Sì, per questo personaggio di madre molto forte, volitiva, ingombrante, mi sono ispirata ad una donna che conosco, che ha affrontato molte vicissitudini per l’assegnazione di una casa popolare: lei, come Antonia, si è trovata con un marito inabile al lavoro e quattro figli a carico più i nipoti, poiché una delle figlie è rimasta incinta presto. In attesa dellassegnazione, ha vissuto in uno scantinato a San Basilio; le è poi stata concessa una casa in una zona ricca della città, che ha scambiato con unaltra fuori Roma, come avviene nella storia. Anche la scena con cui apro il libro, in cui Antonia finge di essere un’avvocata per farsi ascoltare da una dirigente, me lha raccontata lei. Mi è sembrata una storia incredibile, ma anche molto interessante per raccontare il rapporto tra famiglia, casa e possesso nel nostro paese». 

La narrazione attraversa la vita di Gaia dall’infanzia all’età adulta, eppure la protagonista non progredisce arrivando alla propria affermazione nel mondo. Si può quindi definirlo un romanzo di formazione in senso classico oppure no?  

«Il modello che sottostà alla storia è quello del romanzo di formazione, che esiste anche nei miei due libri precedenti, in cui c’erano però degli effettivi percorsi di crescita di alcuni personaggi, che da una situazione minoritaria trovavano poi il proprio modo di stare al mondo. Gaia invece sembra esserne incapace. C’è quindi un doppio binario: dal punto di vista del carattere non fa altro che peggiorarsi, indurirsi e rispondere sempre con maggiore aggressività, rimanendo in una situazione di squilibrio perenne, mentre dal punto di vista scolastico segue tutte le tappe, ma questo non le porta nessun riconoscimento pubblico o sociale e quindi neanche individuale» 

Temi predominanti del racconto sono la povertà, la disfunzione, la periferia. Quanto la condizione in cui Gaia cresce influisce sul suo modo arrabbiato di affrontare la vita?  

«Sicuramente la situazione di privazione genera il personaggio, ma anche il modo in cui la società reagisce all’individualità di Gaia e all’identità della famiglia influisce. Questo tentativo camaleontico, questa volontà di perdersi tra le identità altrui attraverso gli oggetti che gli altri possiedono le provoca una profondissima frustrazione. Anche i luoghi influenzano la sua prospettiva: lei parte da una periferia in cui la situazione svantaggiata della sua famiglia è abbastanza condivisa, ma poi si trova in unaltra periferia, al lato opposto della città, che invece unisce fasce di popolazione normale o con qualche difficoltà a persone ricchissime. A scuola si trova quindi con persone che comprano Gucci e indossano orologi costosissimi, cose che io ho vissuto da adolescente e che ho voluto riportare proprio nel contrasto che si crea tra una ragazza che difficilmente può ottenere qualcosa di nuovo, che deve conquistarsi tutto e questo sfoggio di una ricchezza e di un possedere che le corrono sempre al lato». 

C’è in queste tematiche uno spunto implicito per muovere una critica ad alcuni aspetti della società e della politica sociale italiana? 

«Sicuramente nel libro c’è una voglia profonda di ragionare su alcuni aspetti critici della nostra società e della politica italiana, appunto per ciò che riguarda la casa, la famiglia, lassistenza, ma anche la scuola, le possibilità per ogni donna o uomo di realizzarsi, il lavoro. Peccato che trovare lavoro è diventato un problema reale: ottenere non soltanto un lavoro, ma quello per cui ci siamo formati e abbiamo studiato. E quindi sì, ho travestito da autobiografia di un’adolescente tanti ragionamenti che riguardano aspetti più ampi e complessi del nostro paese». 

di Lucrezia Varrella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216

APRILE 2021

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