«La vita in una tenda»: il nostro viaggio nei campi profughi siriani al nord-est di Idlib

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A causa degli attacchi del regime di Assad, della Russia e dei gruppi terroristici sostenuti dall’Iran, nel 2019 il numero degli sfollati in Siria ha toccato il suo massimo nella città di Idlib: 1 milione e 300mila sfollati a causa della guerra. Gli sfollati vivono una condizione di sofferenza atroce per l’assenza di servizi elementari come cibo, servizi sanitari e riscaldamenti per affrontare la dura stagione invernale. Dobbiamo, inoltre, pensare che i campi sono spesso un bersaglio delle forze belliche.

Il 16 agosto 2019, un aereo da guerra russo (alle 19.25 ora locale N.d.r.) ha colpito un campo profughi nella città di Hass. L’attacco ha ucciso 20 civili, tra cui una donna incinta, e ne ha feriti altri 52. Pochi mesi dopo, mercoledì 20 novembre 2019, le forze del regime hanno colpito il campo profughi nella città di Qah, a nord del governatorato di Idlib, con l’utilizzo di missili terra-aria. Un’offensiva che ha portato alla morte di 11 persone, la maggior parte delle quali donne e bambini.
I campi profughi “casuali”, nati d’istinto dalla vera e propria disperazione dei siriani, sono maggiormente colpiti rispetto a quelli allestiti dalle organizzazioni umanitarie, che godono di sostegno e attenzione. Questo ha spiegazione già dal terreno su cui nasce un campo profughi: mentre quelli delle organizzazioni umanitari sorgono su terreni presi in affitto, quelli “casuali” spesso sono costruiti su terreni agricoli o tra gli ulivi, il che crea conflitto tra i profughi e i proprietari terrieri.

Per comprendere meglio ciò che noi siriani stiamo vivendo sulla nostra pelle, ho deciso di girare per alcuni campi profughi nell’area di Idlib, per raccogliere vere testimonianze. Khaled Muhammad al-Jabal, dalla campagna meridionale di Aleppo, è il primo a raccontarmi della “vita” in un campo profughi. «Sono stato sfollato dal mio villaggio (Hwir al-Eis N.d.r.) a causa dei bombardamenti, per preservare la vita della mia famiglia» – ci spiega Muhammad al-Jabal. «I miei bambini erano molto spaventati e mia moglie, a causa dell’orrore e della paura, ha avuto un aborto spontaneo.
Se le forze del regime di Assad non avanzassero continuamente, tornerei al mio villaggio. Non voglio vivere in una tenda, ma di certo non sarà mai sotto il controllo del regime, perché quest’ultimo o ci uccide, o ci arresta, o massacra i nostri bambini». Paura e resistenza si mescolano in questa testimonianza, ma al-Jabal prosegue: «Vivo nel campo profughi di Zardana, qui non abbiamo acqua né servizi igienici, ci sono solo tende e fango.
Le donne fanno circa 800 metri per prendere l’acqua e tenerla sulla propria testa, così come i bambini. A volte sembra che non siamo abitanti di questo pianeta, gli sfollati sono solo un peso per tutti. Un mese fa un’organizzazione umanitaria ci ha fornito serbatoi e acqua, mentre un’altra ci ha consegnato un blocco di cemento utile per i servizi igienici…queste sono belle notizie, finalmente non dobbiamo più fare i nostri bisogni sui terreni agricoli».

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Piccole gioie per chi è costretto a vivere in un campo profughi “casuale” di ben 110 famiglie. «I bambini passano il loro tempo vicino al campo, altri vanno nelle discariche per raccogliere del nylon o vecchie scarpe infiammabili, utili per il riscaldamento. C’è chi cerca cibo e chi fa di tutto per comprare almeno un pezzo di pane». Ma nel nulla anche l’educazione resta importante: «Abbiamo allestito una “tenda educativa volontaria” per l’istruzione dei nostri figli, ma alcuni non possono andare a causa del freddo e del fango presente nella tenda. I bambini qui sono privati dei diritti più elementari». Oltre ciò, bisogna tener conto del rischio di ritrovarsi improvvisamente senza neanche la tenda. «La maggior parte delle tende sono consumate e molte vengono distrutte dai torrenti e dal fango, dopo i giorni di pioggia. Penso che vivere sotto i bombardamenti sia meglio, almeno lì rischi senza che nessuno ti cacci via da casa, mentre qui è diverso: in qualsiasi momenti il proprietario del terreno su cui hai la tenda può arrivare e rivendicare il suo giusto diritto. Ciò che ci fa forza è la coesione tra le famiglie dal campo, siamo uniti nella stessa sofferenza».

Passare alla nuova testimonianza non è poi così difficile, soprattutto se pensiamo che la storia di milioni di siriani è legata al sangue, ai bombardamenti e alla fuga. Muhammad Karim vive nel campo profughi di Al-Nour e insegna ai bambini in una delle “tende volontarie” che nascono dalla volontà dei rifugiati di non stoppare l’istruzione dei giovani. «Sì, insegno ai bambini quando possono venire, alcune volte sono impossibilitati a causa del meteo e delle condizioni in tenda (fango, pioggia che batte sulle teste dai bambini). La verità è che siamo stati riportati all’Età della Pietra» – ci spiega Karim. «Non posso permettermi un affitto e così ho sostenuto più di 10 viaggi in vari campi profughi, ovviamente per la sicurezza della mia famiglia. A causa degli spostamenti ora la mia tenda è completamente consumata». Sui servizi medici Karim è chiaro: «Non ci sono. In questo campo viviamo un’atmosfera particolarmente difficile, sentiamo a volte dei colpi di artiglieria che vengono da est verso ovest, nelle nostre vicinanze, a circa 3km da noi. Abbiamo paura».

Le cause di chi ha fatto sì che tutto questo male possa esistere sono ben scritte e Muhammad al-Jabal, così come Karim, non hanno paura di pronunciarle:
«La ragione della nostra sofferenza è Bashar al-Assad e i suoi seguaci russi ed iraniani. Queste guerre hanno tolto libertà e democrazia a tutti i siriani».

di Khaled Ahmed Al-Shalah

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°214
FEBBRAIO 2021

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