La vicenda Silvia Romano: quando l’umanità dimentica l’umano

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Le parole, i giudizi, le condanne senza appello, sono diventati, oggi in particolare, strumenti o elementi alla portata di tutti.

Non che in passato non fosse così, ci mancherebbe! Si può, tuttavia, affermare con una certa convinzione che mai come oggi la ferocia e l’aggressività avevano governato così profondamente la formulazione di pareri o giudizi su fatti che accadono quotidianamente nella nostra società.

La liberazione della giovane Silvia Romano, partita per il Kenya quasi due anni fa e tenuta prigioniera per ben 18 mesi fino alla sua liberazione, avvenuta domenica 10 maggio, rappresenta tutto questo in maniera spietata e diretta.

La giovane donna, rientrata in Italia, non ha fatto in tempo a gustare la gioia del ritorno che ha dovuto far fronte alla valanga di giudizi negativi e critiche feroci nati dalla travisazione di informazioni e da affrettati pareri personali fatti passare come verità assoluta. La commozione e la gioia di rivedere i suoi cari, partecipi, seppur in maniera diversa, della sua stessa sofferenza, non hanno trovato lo spazio che meritavano. Il fango della polemica inutile ha sporcato troppo facilmente e presto la bellezza di un ritorno in patria e del ricongiungimento agli affetti di una vita.

Il motivo? È rientrata nella sua Italia profondamente e inevitabilmente cambiata. Perché ciò che le è accaduto in quei 18 mesi di prigionia nelle mani di un gruppo terroristico, le ha stravolto l’esistenza. Nessuno conosce bene quel che sia accaduto, tranne lei sola. Eppure, tutti si son sentiti in dovere di argomentare (o hanno fatto finta di farlo!) giudicando in malo modo il suo sorriso e il suo Hijad, il velo turco comunemente detto burqa, che le donne islamiche indossano per usanza civile e, prima di tutto, dettame religioso. Questo perché Silvia si è convertita all’Islam. Così ha detto, aggiungendo l’avverbio “volontariamente”.

Da lì le parole di fuoco sui social e in televisione. Parole che hanno leso maggiormente la sua condizione più di una qualsiasi altra prigionia. Giudizi tribali, frutto di barili di ignoranza e approssimazione. Una mediocrità che non ha offeso solo Silvia, ma tutti quelli che combattono ogni giorno per una pacifica convivenza tra le religioni. Che ha indignato tutti coloro che non vedono la religione come motivo di lotta o separazione, ma di collaborazione, pace e costruttività reciproca.

Si è fatta strada l’amara e significativa verità che non siamo liberi come sbandieriamo da decenni e che nessuno davvero lo sarà mai fino a quando ogni essere umano, uomo o donna che sia, sarà costretto a ritrovarsi dinanzi all’agghiacciante orda di saputelli acritici e meschini travestiti da santi che in questi giorni hanno popolati i social, le pagine scritte e i salotti televisivi.

La questione, è chiaro, è molto di più, e contiene molto di più.

È stata costretta a farlo? Le hanno fatto un lavaggio del cervello? Non ha avuto alternative per sopravvivere? Di questo non se ne occupano i giornalisti, né gli opinionisti televisivi, né, tanto meno, i commentatori sempre pronti dei vari social. Sarà Silvia, con la sua famiglia ritrovata, con la dovuta assistenza medica e psicologica, con la procura competente per le indagini a chiarire ciò. A noialtri è stato chiesto di gioire per una “figlia” ritrovata, per una coetanea a cui è stato possibile rimettere piede nella sua patria e ritrovare l’amor caro dei suoi familiari.

Ci siamo così abbruttiti da non riuscire più neanche a vedere il buono senza farlo sopraffare dalla sporcizia che il male, per sua natura porta con sé?

Un popolo che avrebbe dovuto imparare, dopo i giorni difficili della quarantena, a guardare oltre e diversamente, senza la necessità di puntare il dito per sentirsi parte di una folla anonima che ha solo il potere di distruggere qualunque cosa le capiti a tiro, ha nuovamente mostrato la ferocia del carnefice che ha il solo fine di distruggere come fosse il diletto più grande.

Molti – quelli che evidentemente non l’hanno avuto mai ben chiaro in mente cosa voglia dire avere una fede e aderire a una religione – hanno poi totalmente dimenticato che essa, la religione, è, prima di tutto, uno spazio conciliante con se stessi e col divino, un luogo in cui l’ombra della condanna non può e non deve trovare posto. Si tratta di un atto di libertà che nessuno può invadere e che esprime sempre la volontà di non insubordinarsi a una qualsivoglia prigionia per elevarsi verso l’infinito.

Occorre essere felici che Silvia sia tornata a casa. Occorre essere felici che una madre abbia potuto riabbracciare la propria figlia. Il resto, se c’è, lo si considera solo dopo e diversamente.

In barba ad una società che, speriamo, in molti non vogliano così.

di Francesco Cuciniello

 

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