La Via della Seta nel Regno borbonico

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“Nessuna persona di qualunque grado, e condizione che sia, Titolata, o non Titolata, così uomo, come donna, tanto per questa Fedelissima Città, quanto per lo Regno …possa portare drappi di seta forestieri, ma debbano vestirsi con abiti semplici di drappi di seta di questo Regno” (‘Lex sumptuaria’, 1685 cit. in A. Tisci, La Via della Seta nel Regno borbonico. Dalle politiche mercantilistiche alle riforme borboniche, Napoli 2000, pag. 33).
Leggi protezionistiche, che investivano anche i tessuti di lusso, attraversarono tutto il Seicento, sono all’origine dell’idea esplosa nel Settecento con la nascita di arazzerie, seterie e tante altre fabbriche reali che, invece, il lusso lo promuovevano, lo coltivavano, se ne facevano vanto anche perché, come scrive Carlo Antonio Broggia nell’importante ‘Trattato del lusso, o sia abuso delle ricchezze‘ (1754) “è talvolta divenuto punto essenziale di politica procurare e lasciare che i popoli s’immergano ne’ vizi del lusso, al fine di renderli più domi e di rendere il governo più sicuro …” (cit. a pag. 36).
Pochi cenni per capire come sia necessario uscire dal logoro cliché delle seterie ‘capriccio’ di Carolina (bella, colta e lungimirante) organizzato dal Re grazie allo Statuto: San Leucio è il risultato di una cultura economica e giuridica che, come si suol dire, veniva da lontano e metteva un punto fermo di grande importanza al secolare dibattito sul ‘valore’ del lavoro industriale e commerciale rispetto al lavoro agricolo.
Stiamo parlando, per esempio, dell’influente economista Genovesi che privilegiava il modello di sviluppo economico fondato sull’immediata produzione agricola (pag. 6). E’ interessante, però, qui ricordare che proprio per Genovesi “la seta tra le Arti di lusso, doveva ascriversi tra le produzioni agricole fondamentali allo sviluppo economico di ogni Stato, meritevoli quindi di particolare tutela” (pag. 13 n. 6).
Stiamo parlando di una storia che ha fortemente inciso, ripeto, sull’idea di lavoro, ma che ha anche avuto un impatto straordinario sulla storia del costume e dell’interior design con percorsi davvero significativi ancora oggi.

Certamente Carolina e le sue influencer, a cominciare da Emma Hamilton, e i suoi consiglieri cosmopoliti ebbero un ruolo di non poco conto sulle decisioni del Re, come notavano e sottolineavano e scrivevano i vari Ministri del Regno, ma, comunque, il forte impegno diretto del sovrano nell’impianto per molti versi rivoluzionario dal punto di vista tecnico-manifatturiero fece ben sperare a tutti che sarebbero poi venute riforme più ampie.

La Colonia leuciana diventa ben presto una ‘coccola’ che il Re fa a se stesso, se è vero che la sceglie sovente come buen retiro, come scrive in una lettera alla moglie del maggio 1789: “Dunque vado al Belvedere dove, quando ho chiuso il portone, non vedo che quelli che voglio” (cit. a pag. 125).

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Storia complessa quella di San Leucio che Antonio Tisci in questo libro attraversa con grande competenza e molteplici punti di vista. Ed è per rendere omaggio all’impegno di questo studioso e, soprattutto, per apprendere che abbiamo deciso di parlarne in un incontro su Zoom Venerdì 30 Aprile alle ore 17 insieme a giuristi di grande prestigio: Aurelio Cernigliaro, Francesco Mastroberti, Gian Maria Piccinelli e ancora l’Ing. Gustavo Ascione, Presidente del Consorzio San Leucio Silk e il Prof. Francesco d’Ippolito, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università della Campania. Entra nella riunione in Zoom: 

https://us02web.zoom.us/j/83921215018?pwd=c042aTJzLy90OWVoMnVoR1J3OTJ2UT09;

ID riunione: 839 2121 5018; Pass 469925).

Jolanda Capriglione

Di Redazione Informare

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