La verità sui dati nascosti della Regione Lombardia

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Seimila morti, molti dei quali scomparsi
con i loro documenti d’identità.

È tardi, notte fonda nell’umido di Alzano Lombardo. Cuore della bergamasca Val Seriana, un infinito serpente di case e fabbriche tutte attaccate che sembra soffocare sotto la pressione delle due montagne, messe di fronte come rovesci della stessa scenografia settentrionale. La grande città, il Centro da qui si vede, basta sporgersi dai cancelletti tutti uguali del paese, guardando a destra. Ecco, il primo muro in fondo alla strada è già Comune di Bergamo. Da lì, arriva all’Ospedale “Pesenti-Fenaroli” la signora Angiolina Zambonelli, sette giorni prima. Il 16 di febbraio.

Affanno soffocante, cuore che le esce dalla esile cassa toracica e un pallore così denso da sembrare cerone. La portano qui, all’ospedale di Alzano, in attesa di trovare una bombola di ossigeno per non farla morire. E, invece, in quei sette giorni, la spostano da un reparto all’altro. Angiolina soffoca e muore, il cuore non regge allo stress da virus. La tosse si propaga su altri corpi, e gli stessi sintomi iniziano anche per Franco Orlandi e Samuele Acerbis, entrambi di Nembro, nel cuore della valle bergamasca. Stanno male, malissimo. Mancano i respiratori, mancano le mascherine, persino una bombola di ossigeno sembra essere un miraggio. Lo confermerà, qualche settimana dopo, non un parente di malati ma un medico di una Residenza Sanitaria Assistenziale della valle di Bergamo, Giorgio Tiraboschi che, in una sola domenica di marzo come presidio di Guardia Medica in un angolo della Val Seriana, ha ricevuto 37 chiamate disperate in tre ore. Cinque volte il numero normale dei periodi precedenti al Coronavirus. Ma nell’ospedale di Alzano Lombardo è già iniziata la tragedia, senza che nessuno capisca, le dimensioni di quella sciagura apocalittica. Si ammalano anche Ernesto Ravelli e un ex autotrasportatore della zona. Infettano mezzo ospedale della valle bergamasca, ma il Pronto Soccorso chiude solo per due ore. Fingono di disinfettare con il Vetril, quello per lavare le finestre di normali abitazioni.

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Roba che non riuscirebbe nemmeno a tirar via la semplice polvere. Dopo centoventi minuti dalle passate di straccio umido per terra, l’ospedale Pesenti-Fenaroli riapre, senza alcuna vera sanificazione, senza creare percorsi di sicurezza per gli altri degenti e per il personale sanitario. Sono le ventidue e dodici di domenica 23 febbraio. Alzano Lombardo, Bergamo, cuore ostentato della locomotiva commerciale italiana. Qui, inizia l’inarrestabile propagazione del contagio del Covid19, la peste micropulviscolare che ha devastato ogni angolo lasciato aperto nel mondo. Dal giorno dopo, fino al 27 febbraio, i report della Protezione Civile Italiana non riceveranno mai (mai!) le segnalazioni dalla provincia di Bergamo che aveva già 72 casi positivi gravissimi. Diciannove solo a Nembro con tre decessi fulminanti. Lo stesso numero di Casalpusterlengo in provincia di Lodi che, invece, è in zona rossa già da due giorni. La provincia di Bergamo non ammette la gravità della situazione, anzi, spunta un video del Presidente di Confindustria Bergamo, Stefano Scaglia che invita le fabbriche a non chiudere e i cittadini a uscire, “per non dare un’idea di zona industriale malata”. Lo seguono quasi tutti i sindaci della provincia di Bergamo, alcuni dei quali si fanno fotografare in compagnia di cittadini, senza usare alcuna cautela sanitaria. Il due marzo, la Regione Lombardia, attraverso un comunicato dell’assessore al Welfare Giulio Gallera, interviene per difendere i sindaci e per dire ancora una volta “no” all’istituzione di una zona rossa di emergenza assoluta. Moriranno quasi seimila persone, perché nessuno aveva allertato le istituzioni centrali di un contagio, arrivato nel bergamasco a qualcosa come 1245 casi in poche ore. Il Comitato Tecnico Scientifico aveva provato per ben due volte a sottoporre l’apocalisse virale della provincia di Bergamo al Governo. Nulla da fare, perché dalla Val Seriana era salita una sola nota di dissenso alla creazione della zona di biocontenimento. A fare da garante per la controllabilità dell’emergenza sanitaria in Val Seriana era stata la Regione Lombardia, guidata da Attilio Fontana.

È venuta poi a galla la richiesta (registrata tra il 20 e il 22 marzo), sempre da parte di Confindustria, di ampliare il più possibile i codici Ateco per “sanare” la posizione di tantissime aziende della provincia di Bergamo che sono rimaste aperte, durante la fase più acuta della pandemia. Questo, in ambigua posizione, rispetto ai Decreti emergenziali che venivano emanati dal Governo. Tornano, oggi che la valle delle Alpi Orobie ha contagiato mezza Italia, gli inquietanti interrogativi: perché l’Agenzia Tutela della Salute di Bergamo Nord ha imposto di riaprire l’Ospedale di Alzano Lombardo, senza alcuna cautela sanitaria e, soprattutto, senza santificazione dei locali (l’inizio del contagio incontrollabile) e poi, perché la Regione Lombardia ha nascosto i numeri drammatici di morti e contagiati alle domande tecniche della Protezione Civile. Tutti i vertici politici, medici e tecnici della Lombardia non si sono dimessi, compreso il presidente di Confindustria Bergamo. La grande pantomima per non comunicare i dati sulla reale situazione sanitaria è andata in scena, lasciando morire oltre seimila persone, molte delle quali non hanno più documenti. Sono spariti, insieme ai loro corpi senza vita. Così come è scomparsa un’intera generazione di pensionati e lavoratori. Quella che aveva fatto nascere l’oro, in una terra che li ha lasciati da soli a soffocare, in letti abbandonati, infetti.

 

di Salvatore Minieri

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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