La torturata storia della Legge Zan e il minimo sindacale dei diritti umani

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Negli ultimi giorni la Camera ha compiuto quella che sembra una scelta epocale: ha approvato cinque dei dieci articoli del DDL Zan sulla lotta al razzismo, la misoginia, e l’omolesbobitransfobia. Questo non significa che l’intera legge Zan sia stata approvata, ma anche se questo fosse il caso, l’incognita è la votazione al Senato, dove tutto può succedere.

La vicenda di questo DDL storico per l’Italia è stata finora molto torturata, tanto quanto si preannuncia esserlo in futuro. Sabato 17 ottobre 2020 ho partecipato ad una manifestazione al Pantheon di Roma a supporto del DDL organizzata dai Deputati Zan (PD) e Maiorino (MV5S) (due dei proponitori e sponsor del disegno di legge insieme a Ivan Scalfarotto (IV)), ArcyGay, la Rete Studenti del Lazio, e numerose altre associazioni. Diverse cose sono emerse nella manifestazione, tristi (quando non incendiarie) ripetizioni per la comunità LGBT+ ma troppo spesso ignorate dalla popolazione “normale”, uomini e donne cishet che non considerano questi problemi come particolarmente importanti.

Solo per dirne una, secondo numerosi osservatori governativi e non (OSCAD, Amnesty, l’ONU, ecc), l’omolesbobitransfobia (che abbrevierò in omotransfobia per brevità e facilità di lettura nel resto dell’articolo) è un problema ancora così dilagante che solo il 42% della popolazione italiana appoggia leggi a supporto dei diritti civili delle minoranze LGBT+, mentre il 62% della popolazione LGBT+ italiana ha paura a tenere per mano i propri partner in pubblico per paura di attacchi d’odio. E non bisognerebbe stupirsene, quando sui social e i quotidiani locali le persone queer riportano costantemente discriminazioni sul lavoro, negli affitti, insulti, attacchi fisici e verbali per la strada o in casa.

Un caso recente che dovrebbe rimanere marchiato a fuoco nella memoria comune ma che è già sparito dal dibattito mainstream, è quello dell’aggressione a Ciro Migliore e Maria Paola Gaglione a Caivano, Napoli, Campania. L’11 Settembre 2020, il fratello di Maria Paola ha inseguito lei e Ciro facendoli cadere dallo scooter, causando la morte di Maria Paola e picchiando gravemente Ciro. Il peccato della coppia? Nessuno, ovviamente. Ma Ciro è un ragazzo trans, e ciò è bastato a spingere il fratello di Maria Paola a cercare di uccidere lui e la sorella. E ovviamente, giornali e TG hanno compiuto ulteriore discriminazione contro Ciro, chiamandolo donna e definendo la sua relazione con Maria Paola una relazione lesbica.

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Davanti a un clima del genere (ricordiamoci che l’omicidio di Willy Monteiro risale solo al 6 Settembre 2020) fanno abbastanza ridere, se non indignare, le proteste della destra che omotransfobia, sessismo, razzismo non esistono e che semplici protezioni anti-odio come case rifugio, equo diritto al lavoro, pene adeguate per chi commette abusi sia fisici che verbali sui social attaccano la ‘libertà di pensiero’. Questa non è ‘libertà di pensiero’, è libertà di odiare e provocare sofferenza. E quando anche Papa Francesco, solo interprete della fede Cattolica a cui spesso si aggrappano per giustificare i loro attacchi ai diritti di tutti, si è dichiarato favorevole e a sostegno di una legge a tutela delle coppie LGBT+ (ed è sempre stato un difensore dei diritti dei migranti e delle donne, ricordiamolo), pochi appigli rimangono a quelli che più che politici, influencer e intellettuali ormai sono mercanti di odio.
Informareonline-Zan-3-minLa comunità LGBT+ ha finora ottenuto qualche piccola vittoria, come l’accesso gratuito alla terapia ormonale sostitutiva per le persone transgender su tutto il territorio nazionale italiano, ma il DDL Zan deve ancora finire il suo percorso alla Camera e iniziare quello al Senato. La piazza di Sabato 17 era ben consapevole che la lotta sarebbe stata ancora lunga. Ho visto persone di tutte le età e i colori, gay, lesbiche, bi, trans, nonbinary, ace, con striscioni di pace, bandiere arcobaleno, un sorriso negli occhi e il volto segnato da una vita resa difficile dalla società in cui viviamo—e per cosa? Solo per il fatto di essere nati diversi da ciò che l’Occidente tradizionale considera “la norma”.

Il punto, per usare le parole di Pietro Turano, giovane attore e attivista vicepresidente ArciGay Roma, è che riconoscere la discriminazione non deve equivalere a legittimarla, come tenta di fare chiunque provi a dire “non sono razzista/omofobo/misogino/fascista/antisemita/etc MA…”. Il diritto deve essere pieno, la Legge deve riconoscere una piena Giustizia, senza mostrare il fianco a chi vorrebbe ‘solo’ continuare a commettere abusi e discriminazioni ‘in pace’. Altrimenti, come abbiamo visto accadere in Paesi come l’Ungheria, la Polonia e gli Stati Uniti d’America, verrà soltanto diminuito nel tempo…e la lotta per quello che, effettivamente, è il minimo sindacale dei diritti umani dovrà ricominciare da zero.

E, come al solito, tutta in salita.

di Lorenzo La Bella

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