Una delle cause principali del fallimento di un trattamento antitumorale è lo sviluppo di resistenze agli effetti dei farmaci da parte delle cellule.

Antonio Giordano
Antonio Giordano

Questo avviene sia perché le cellule che compongono un tumore non sono tutte uguali, sia perché il tumore per svilupparsi usa strategie diverse che gli permettono, spesso, di resistere alle terapie. Una delle caratteristiche del cancro è la cosiddetta instabilità genetica: le mutazioni del DNA avvengono con una rapidità non comune e fanno sì che le cellule del tumore non siano mai geneticamente identiche.

Robert Gatenby, un radiologo che dirige il dipartimento di radiologia presso H. Lee Moffitt Cancer Center & Research Institute, in Florida, sostiene che la neoplasia dovrebbe essere considerata dal punto di vista della biologia evolutiva e, non solo, un processo molecolare. Il cancro è conforme ai trattamenti evolutivi presentati da Charles Darwin nel suo concetto della selezione naturale.

Proprio intuendo come il cancro sia un processo evolutivo, riusciamo a spiegarci fenomeni come la resistenza al trattamento.

Robert Gatenby e colleghi sostengono che una neoplasia possa essere controllata con maggiore efficacia somministrando bassi dosaggi di chemioterapici, rispetto ai trattamenti convenzionali ad alto dosaggio.
L’utilizzo delle alte dosi di farmaci, in particolare nei pazienti con malattia in fase metastatica, tende a distruggere principalmente le cellule sensibili ai farmaci, selezionando, soprattutto, i ceppi di cellule resistenti che, a questo punto, possono replicarsi in modo più veloce e pericoloso per il paziente.

Questo nuovo approccio denominato terapia adattiva, comporta la somministrazione di farmaci a basso dosaggio ed in modo continuo allo scopo di far sopravvivere una certa percentuale delle cellule tumorali sensibili che possono competere per la loro sopravvivenza con le cellule resistenti, che sono quelle la cui replicazione comporta la ricrescita del tumore e la diffusione di metastasi.

Per tale motivo il dottor Gatenby, sostiene che, invece di curare le persone con tumore cercando di sradicare tutte le cellule neoplastiche, possa essere più proficuo cercare di raggiungere un equilibrio tra cellule tumorali resistenti e cellule sensibili, in modo da permettere alle prime di non prendere il sopravvento, con conseguente crescita veloce della malattia.

Una recente pubblicazione su Nature Communications fornisce un valido esempio di come l’integrazione delle dinamiche evoluzionistiche nel trattamento del cancro alla prostata metastatico potrebbe condurre ad uno scenario terapeutico nuovo e, potenzialmente, più efficiente di quello attuale.

Gatenby ha condotto una sperimentazione pilota con 11 pazienti con tumore alla prostata che sono stati studiati per un periodo di tempo superiore ai 10 mesi, nel corso dei quali è stato possibile studiare la ciclicità dei livelli di PSA in relazione al trattamento.

Ai soggetti in studio è stato somministrato il farmaco non in modo continuo, ma fino a che il PSA non è sceso a valori della metà di quelli osservati prima del trattamento. In tal modo, si è mantenuto l’equilibrio fra le diverse popolazioni, quelle sensibili al trattamento e le popolazioni cellulari resistenti al tumore, allungando notevolmente il tempo trascorso prima della progressione di malattia (TTP).

Infatti, 10 pazienti su 11 sono stati in grado di mantenere oscillazioni stabili nella terapia con un aumento del TTP fino a 27 mesi ed una riduzione della dose di farmaco assorbita del 47%. Oltre a un aumento del TTP, quello che Gatenby ha ottenuto è, quindi, una riduzione della tossicità. Infine, anche i costi sostenuti dalle farmacie ospedaliere subirebbero una notevole riduzione.

Naturalmente, questi sono studi preliminari che hanno bisogno di casistiche più ampie per trovare conferma.

di Antonio Giordano

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°196
AGOSTO 2019

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