La street art di Jorit incontra Pier Paolo Pasolini

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Ph. Daniele Maisto

Il maxi murales, situato all’esterno della stazione metropolitana di Scampia, è stato patrocinato dalla Regione Campania e, attraverso il personaggio a cui è dedicato, si propone di essere un simbolo di lotta e di cultura.
Lo street artist napoletano, Jorit Agoch, noto per la scelta stilistica-figurativa di esprimersi tramite l’utilizzo di volti umani, inizia a farsi conoscere a partire dal 2005, attraverso una serie di graffiti realizzati nella periferia nord e nel centro storico di Napoli. La rilevanza sociale delle sue opere lo accompagna dai primi anni di attività pittorica, grazie ad una costante militanza politica che lo porta ad entrare in contatto con i movimenti no global e di rivendicazione dei diritti sociali.
«Credo sia importante che la Street Art rimanga ancorata al suo scopo principale, ossia quello di trasmettere un messaggio – ha dichiarato Jorit – Infatti gli street artist, anche di fama mondiale, che curano maggiormente la dimensione estetica, a discapito di quella comunicativa, credo non siano destinati a rimanere a lungo all’interno della storia di questo movimento».
L’attenzione quasi esclusiva sulla raffigurazione realistica del volto umano, invece, è un elemento che accompagna l’artista dal 2013 in poi, le cui cause però, vanno ricercate nel suo primo viaggio in Africa, dove ha frequentato la scuola internazionale d’arte Tinga Tinga di Dar es Salaam. Il marchiare con due strisce rosse le guance, infatti, è un rimando ai rituali magico-curativi africani, in particolare alla procedura della scarnificazione che segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta.
«Mi sono avvicinato ai volti, perché credo che siano ciò che di più comunicativo si possa dipingere, ciò che più esprime sentimento. Io, che sono partito dal mondo dei graffiti, ho visto le persone reagire in modo del tutto diverso quando ho cominciato a dipingere i volti. Nel momento in cui ho percepito questa cosa, ho cominciato a concentrarmi solo su quelli», ha spiegato l’artista ai microfoni di Informare. La scelta dei soggetti da ritrarre è profondamente legata al contesto socio-culturale della città designata dall’artista. Spesso, sono semplicemente tributi, come nel caso di “Diego” e di “Ilaria”, due opere raffiguranti rispettivamente il calciatore argentino, forte richiamo alla cultura napoletana, e Ilaria Cucchi, in quanto icona di giustizia. In altri casi, invece, i personaggi dipinti vogliono essere espressione di valori mancanti, o talvolta, assenti in quelle realtà, traducendosi come vere e proprie provocazioni da parte dell’artista stesso. La realizzazione del murales nei pressi di Betlemme della giovane attivista “Ahed Tamimi”, ad esempio, in quanto simbolo della lotta palestinese, è costata all’artista 24 ore di prigionia nelle carceri israeliane. Pier Paolo Pasolini, esattamente come Ahed, intellettuale rivoluzionario del suo tempo, vuole essere portatore dei suoi stessi ideali in un quartiere della città di Napoli schiavo di una fama e di un trascorso legato alla criminalità organizzata.
«È importante che sia stato patrocinato dalla Regione – ha precisato Jorit – anche se personalmente non mi tendo tanto a concentrare su “CHI” finanzia, che sia il comune o il governo centrale. Quello che è fondamentale è che quella cosa venga dipinta e che, soprattutto, Napoli sia abitata da opere d’arte».
Un tentativo da parte dell’artista napoletano di scuotere le coscienze, facendo risuonare nella sua città l’eco delle parole Pier Paolo, impregnando i muri di Scampia con “il suo senso di giustizia, di riscatto, di comunità e di aspirazione rivoluzionaria”.

di Carmelina D’Aniello

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