E camminavano sotto i muri…

La memoria, fondamentale ma spesso ipocrita. Dall’alto del nostro piedistallo da “Paese moderno” abbiamo imparato il valore del ricordo, specialmente in relazione agli orribili fatti di sangue che hanno colpito l’Europa e non.

Siamo stati tutti incollati alla tv quando la Francia divenne scenario di stragi frutto del fondamentalismo islamico, ci siamo stretti al popolo neozelandese nel vedere i 50 morti e gli oltre 40 feriti mentre pregavano all’interno delle due moschee cittadine.

Abbiamo imparato che la memoria ci tiene aggrappati all’umanità, ma troviamo ancora grande difficoltà nel prendere le distanze dai tanti orrori a mano armata che colpiscono i Paesi ancora non investiti da questa fantomatica “modernizzazione”.

Questa è solo una piccola premessa per introdurci in una storia aberrante, finita nel dimenticatoio, spogliata di quella umanità che oggi all’interno dei nostri profili social rivendichiamo.

È il 23 ottobre dell’86, siamo a Castel Volturno, un territorio che già allora era investito da un massiccio problema legato allo spaccio di droga, alla criminalità e ad un’immigrazione incontrollata.

Quel giorno Stefán Moustafa Dia, giovane senegalese, era seduto all’allora bar “Potenza”, in zona Destra Volturno, quando venne improvvisamente colpito da una raffica di colpi d’arma da fuoco.

Stefán Moustafa Dia muore.

Nei pressi del luogo dell’omicidio vi era anche una troupe del quotidiano L’Europeo, la quale era sul posto per raccontare il degrado e il traffico di droga che colpiva la zona di Destra Volturno.

Sentono gli spari e corrono prontamente sul luogo dell’omicidio, testimoniando fotograficamente l’accaduto.

Sarà l’unica testimonianza.

I cronisti restano senza parole nel vedere la nube di indifferenza che vaga tra i cittadini che assistono alla scena. Qualcuno tra gli abitanti condenserà il suo scetticismo in una domanda: “A quest’ora?”.

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Fu in quel momento che Stefán morì per la seconda volta.

All’interno del referto ospedaliero verrà scritto: “Stefán – razza negra – ferita d’arma da fuoco”. La raccapricciante scena non basta e, solo un’ora dopo, verrà trovato un altro uomo steso sul muretto (il nome non ci è dato saperlo).

Il colore della sua pelle faceva sì che si mimetizzasse nel buio, anche per lui stessa fine: morto, due volte. Il suo corpo verrà lasciato lì per molto altro tempo in quanto la guardia medica di turno afferma di essere impegnata.

Erano uomini soli, sfruttati, costretti a scappare dai loro affetti, dalla loro terra d’origine, in quel pezzo di terra casertana provavano terrore di vivere, a restarci, si dirà che “dalla paura camminavano sotto al muro”.

Il territorio di Castel Volturno all’epoca era terra fertile per i covi dei boss della famiglia Bardellino, loro sugli immigrati facevano business.

I colpi d’arma da fuoco indirizzati ai ragazzi provenivano da una lupara, un’arma che non era tra gli armamenti degli immigrati della zona, ma che era marchio di fabbrica dei locali, “dei bianchi”, come affermerà l’allora maresciallo Antonio Traettino.

Bisogna pensare che al tempo l’odio verso gli immigrati era tale da riuscire a riunire in piazza dei cittadini per “fare come il Ku Klux Klan”, l’obiettivo era “dare l’arrembaggio ai negri e ai drogati”.

Oggi, a distanza di 33 anni, alcune cose sono cambiate, la convivenza tra le popolazioni nel territorio è sicuramente migliorata, ma sullo scenario nazionale resta quel maleodorante sentimento di intolleranza.

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Oggi, di quella strage nessuno sa nulla

Il luogo che potrete vedere in foto è pressoché abbandonato, non vi è alcuna targa commemorativa, non vi è traccia di quel dolore e preoccupa pensare che non vi sia mai stato nulla a causa del loro colore di pelle.

Quel sangue che scorreva dal corpo di Stefán era rosso come il nostro e come quello dei personaggi interni alle istituzioni che dovrebbero colmare quello che è stato un vergognoso buco nella memoria di un territorio.

E chissà se, a fronte di quest’odio incombente, non ci ritroveremo a camminare sotto i muri, pervasi di paura.

di Antonio Casaccio
Foto di Francesco Cimmino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°192 – APRILE 2019

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