La storia non la scrivono i vincitori ma gli uomini

Martina Amante 25/11/2023
Updated 2023/11/25 at 10:42 AM
5 Minuti per la lettura

Nelle scuole italiane siamo abituati a sentire i nomi di Cavour, Garibaldi, Mazzini e tanti altri uomini. Coincidenza vuole che siano anche famose vie e piazze di tutta Italia. Nessuno ricorda i premi Nobel Grazia Deledda e Marie Sklodovska, sposata Curie. La donna si accetta solo se santa. Risulta infatti che la media di strade intitolate a donne va dal 3 al 5% (in prevalenza madonne e sante), mentre quella delle strade dedicate agli uomini si aggira sul 40%.

Non solo le politiche ma anche le mediche, le scienziate, le artiste. La premessa è che già nei libri di storia le figure femminili sono inferiori a tutti i livelli. Manca parità di riconoscimento delle donne in una società che vede ancora profondamente radicati stereotipi che danno valore al ‘padre nostro’ mentre la madre è di servizio. Non può una cultura essere civile se non riconosce il valore anche delle proprie scienziate, artiste, e così via. 

Perché se si è “segretario” si pensa subito ad un uomo segretario di Stato. Mentre, se si è “segretaria” sarà per uno studio di un professionista (uomo si intende). Le donne da sempre sono relegate ai ruoli di cura, le professioni che hanno il potere non ‘vedono’ il femminile. È come se le donne fossero lì per caso, e il loro ruolo si declina al maschile con la scusa che sono incarichi: ma se puoi dire cameriera puoi dire anche ingegnera. C’è un problema di linguaggio e non solo. A Milano una nuovissima piazza è stata intitolata a Gae Aulenti architetto ma, data anche l’originalità del nome, è facile essere tratti in inganno e pensare che sia un uomo.

Cosa ci dice la sociolinguistica

Per risolvere questo problema c’è bisogno di cooperazione e comunicazione da parte di tutti i generi, c’è bisogno di ridisegnare l’assetto culturale e sociale in cui viviamo partendo dal basso. Il sistema scolastico e la letteratura della prima infanzia hanno formato uomini e donne di oggi, è necessario dunque rivedere il linguaggio e l’approccio che si ha in questa fase delicata della nostra età. 

La lingua non solo manifesta, ma anche condiziona il nostro modo di pensare: essa incorpora una visione del mondo e ce la impone. I nostri discorsi non sono ciò che un soggetto singolo in piena libertà decide di dire ma sono in parte indirizzati dalla lingua che usiamo.

Si crea quindi un rapporto tra realtà, lingua e pensiero. La lingua non è il riflesso diretto dei fatti reali, ma esprime la nostra visione dei fatti. Inoltre, fissandosi in certe forme, in notevole misura condiziona e guida tale visione. La lingua non può essere neutra. Non è un mezzo oggettivo di trasmissione di contenuti, al contrario, essa racchiude una particolare rappresentazione del mondo che influenza il pensiero stesso dei parlanti. Il condizionamento di genere è forse quello più evidente: la discriminazione sessista e gli stereotipi di genere pervadono la lingua nella sua interezza e sono rinforzati da essa. 

Gli uomini devono convivere con un linguaggio differente

Per concludere è necessario capire che le parole non sono solo parole. Bisogna prestare attenzione a come presentiamo la realtà, anche nei più “banali” libri di fiabe o testi scolastici. Siccome le parole ci servono per comprendere il mondo, se le impieghiamo con maggiore attenzione facciamo sì che anche parti della società che prima erano per così dire seminascoste, magari perché non venivano nemmeno nominate, possano essere viste meglio.

I pregiudizi possono diventare stereotipi, che a loro volta si manifestano nella comunicazione sotto forma di ​stereotipi linguistici​, quelle espressioni proverbiali o singole parole nelle quali si riflettono pregiudizi e opinioni, spesso negative. Come modi di dire o luoghi comuni come «le donne sono isteriche» oppure «chi dice donna dice danno».

Il linguaggio, dunque, è un mezzo efficace per mettere in pratica questa necessità di convivenza delle differenze. Nominando correttamente tali differenze non solo le vediamo meglio, ma ci abituiamo alla loro presenza, che diventa esperienza quotidiana e naturale. 

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