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«Mi trovavo a Napoli quando il Presidente Conte ha annunciato le prime restrizioni. Ho anticipato il mio viaggio di ritorno da Milano. Compresa realmente la situazione, ho capito che c’era bisogno di me, mi sentivo chiamato in causa». Angelo Di Maio è un infermiere di 25 anni, originario di Marano di Napoli, attualmente nel novero degli eroi che combatte il Covid-19 all’Ospedale San Paolo, a sud di Milano. Quando è esploso il caso Coronavirus si trovava nella sua terra. «Mentre tanti si affannavano a prendere il primo treno disponibile per tornare al Sud io avevo un solo pensiero fisso: tornare a Milano per dare il mio contributo. Così, presi anche io il primo treno disponibile, ma con direzione opposta». 

Seguendo la simpatica iniziativa di tanti suoi colleghi, che hanno decorato le tute con il nome e il numero di maglia dei propri beniamini del calcio e del fantacalcio, Angelo ha postato sui suoi canali social una foto che lo ritrae con una tuta numero “10”. «Sanitari, militari, commercianti: siamo pilastri della lotta all’emergenza. Una lotta dura, lunga, faticosa. Pensando ad un calciatore a cui potermi ispirare non ho avuto dubbi: c’era bisogno del migliore di sempre! Ho scritto Maradona sulle mie spalle non solo perché è l’idolo di uno sfegatato tifoso del Napoli. Ho scelto Maradona perché è un esempio di grinta, determinazione, voglia di vincere. Per il suo modo di affrontare le sfide, pur trovandosi spesso dalla parte dei più deboli. Per il suo modo di vincerle quelle sfide!» 

Avere un contatto con “l’infermiere che si ispira a Maradona” è stato estremamente interessante perché ci ha dato la possibilità di parlare con chi quest’emergenza la sta vivendo in prima linea, e la sta fronteggiando guardandola negli occhi delle persone contagiate, non freddi numeri detti al TG. Esseri umani con un volto, una storia e con la sofferenza tanto per il virus quanto per l’isolamento a cui sono costretti per vincere la loro personale battaglia.  

Un periodo inaspettato, una lotta imprevedibile, condizioni che nessuno avrebbe potuto prevedere. La vita di ognuno è stata scossa, stravolta. Tu, Angelo, come stai vivendo quest’emergenza?
«Ora sono un po’ più tranquillo, ma guai a cantare vittoria. Da un mesetto sono stato trasferito nel reparto che fronteggia il Covid-19. Quando sono tornato a Milano solo i reparti preposti (infettivologia, per esempio) erano sigillati e all’erta contro il virus, ma sapevo che sarebbe stata una questione di tempo, gli ospedali sarebbero diventati poli per la lotta al Covid. Ci sono stati momenti difficilissimi: pause saltate, personale ridotto a causa del contagio, stanchezza, paura. Anche tornare a casa dalla mia fidanzata era ed è traumatico: c’è sempre il timore di poter essere contagiato e asintomatico, c’è sempre il terrore di poter essere la causa di altri contagi. Cerco di attuare tutte le precauzioni e tutte le misure di sicurezza, prestando la massima attenzione». 

È stata gestita bene l’emergenza? Siamo pronti per la Fase 2?
«Penso che sia palese che sia stato un errore diffondere il panico. Il contrattacco al virus è stato nelle prime fasi disorganizzato e gestito male. Ora si parla di Fase 2, ma ci andrei cauto. È importante che non venga vanificato tutto lo sforzo profuso finora, sarebbe assurdo dover ripercorrere tutto. Non siamo ancora fuori dall’emergenza, questo deve essere chiaro!» 

Il leitmotiv di questo periodo di quarantena è stato #andratuttobene. Secondo te ce la faremo? Oltre che sul livello clinico, ce la faremo ad essere migliori dopo questo momento di profonda crisi? Come sarà il domani?
«Penso che i più danneggiati da questa storia siano i bambini, profondamente traumatizzati da una limitazione dei loro spazi, del loro tempo. Ci vorrà un po’ per uscire definitivamente da questa condizione di apprensione e attenzione. Non potremo gestire la vita come facevamo prima: anche dare un abbraccio non sarà la stessa cosa. Siamo sfiniti moralmente e saremo inevitabilmente segnati. Mi auguro, però, che da tutta questa storia trarremo i giusti insegnamenti e spunti per un mondo migliore, e che le strumentazioni messe a disposizione delle forze dell’ordine in questo periodo, come i droni, per esempio, possano essere utili anche nella guerra alla droga, alla criminalità. Mi auguro che abbiamo imparato la lezione e che valorizzeremo la vita già non permettendo che si riaccendano scintille di contagio a causa di nostre mancanze di precauzioni. Siamo cauti, teniamo duro e non abbassiamo la guardia. Abbiamo percorso solamente il primo passo verso la vittoria».
 

di Angelo Velardi

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