La storia di Alex, ex detenuto che ha ritrovato la libertà

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Magazine Informare racconta la testimonianza di un ex detenuto del carcere di Secondigliano di Napoli. Alex (il nome è di fantasia), che ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande in una lunga chiacchierata telefonica, visto i tempi non favorevoli per l’epidemia che corre ancora tanto nelle nostre vite, ci ha raccontato la sua vita di quegli anni lontano dalla sua famiglia, dal suo amore, il rapporto con il piccolo Tommy, ma soprattutto la sua voglia di cambiare. Di gridare al mondo la propria libertà, perché d’ora in poi nella sua vita esisterà solo famiglia, amore e lavoro.

Quando io e Alex quel pomeriggio ci siamo sentiti, c’è stata una cosa che mi ha fatto emozionare molto, facendomi cadere anche qualche lacrima. I giornalisti sono un po’ come i dottori, non gli è concesso piangere difronte alle storie del proprio operato. Le sue parole hanno toccato le corde più delicate del mio cuore, nel momento in cui a fine intervista mi ha raccontato il suo rapporto con il suo bulldog francese.

Gli animali, hanno anche loro dei sentimenti, e il più delle volte soffrono più dell’uomo. Tommy, nel primo periodo lontano dal suo padrone, è stato veramente male; dopo varie lotte durate più di 9 mesi, anche Tommy ha potuto fare i suoi colloqui con il suo inseparabile amico di sempre. Tommy, dopo i suoi incontri organizzati con Alex, ha ripreso pian piano a mangiare, a giocare. Pensando soprattutto alla promessa che le aveva fatto il suo padrone, che presto avrebbero continuato le loro passeggiare fuori da quell’orribile cortile. Perché Alex ha capito di voler cambiare, che esiste una vita migliore, perché un giorno a qualsiasi ora potrà passeggiare libero con Tommy, con la sua fidanzata, con la loro bambina tra pochi mesi, nei prati verdi che hanno il profumo di felicità senza mura alte, lontano dalla sua abitazione.

Alex, qual è la vita di chi si trova all’interno di un carcere?

«Chi vive all’interno di un carcere si programma la sua giornata. Io, ad esempio, mi svegliavo alle ore 7:00 del mattino, dopo aver fatto le cose essenziali, pulivo la stanza. Nell’ultimo periodo potevamo restare fuori dalla nostra cella dalle 8:30 fino alle 15 del pomeriggio; io alle 8:30 già ero pronto per scendere in cortile. O giocavo a calcio oppure facevo la mia corsetta mattutina di un’ora. Dopo ritornavo in cella per la doccia e subito dopo mi organizzavo per il pranzo. Alle 13 non scendevo perché sono amante dello sport e seguivo le trasmissioni sportive. Alle 15 riposavo, mentre gli altri potevano stare o nel corridoio o nella socialità. Nel primo pomeriggio, già mi organizzavo per la cena, dando una mano in cucina, alle 22 già ero a letto. Le giornate più belle all’intero di un carcere sono quelle in cui ci sono le telefonate, ma soprattutto il giorno del colloquio. Il giorno del colloquio è quello più emozionante: la sera prima non riesci a dormire, perché la trepidazione d’incontrare la tua famiglia è tanta. In quelle giornate, mi svegliavo prima del solito, mi rasavo la barba ed indossavo i vestiti migliori. Una delle tante cose che mi sono rimaste impresse è che c’era anche qualcuno che viveva male quel giorno, infatti andava a piangere o a lamentarsi con il suo parente. Invece io cercavo di dare forza all’altro, anche nelle giornate no. Ricordo ancora cosa mi diceva ogni volta che veniva a far visita mio padre: “Alex, ma tu non ti lamenti mai?”, parlando in napoletano. Ed io dall’altro canto rispondevo: “Ma perché mi fai sempre questa domanda?”. Lui osservava le altre famiglie, gli altri detenuti che urlavano dando principalmente colpa all’avvocato. Io, durante i miei colloqui, cercavo di dare sempre forza all’altro. Perché ho sempre pensato che se la famiglia ti vedeva star male, o nervoso, ritornava a casa raddoppiando quella sofferenza già di base. Fortunatamente non ho vissuto il dolore che prova un padre avendo i figli a casa, non ero nemmeno fidanzato all’ora. Però, ho vissuto un’esperienza che mi ha colpito tantissimo, e proprio questa mi ha dato la forza di cambiare: cioè la morte di mio padre. In quel periodo mi trovavo nel carcere di Frosinone, la sua morte è stata la scintilla che mi ha fatto cambiare strada, mentalità, in quanto in quel periodo mi sono sentito un uomo inutile, perché solo in quel momento ho capito che, per colpa mia, mi sono perso gli ultimi anni, forse i più belli, con mio padre».

Noi, abbiamo avuto l’occasione di conoscerci all’evento conclusivo dei due corsi “Più liberi con le parole” e “Disegno come espressione dell’anima”, promossi dall’associazione “Figli di Barabba”, una mattina di luglio quando eri ancora detenuto. Che cosa ricordi di quella giornata?
«La prima volta che ho incontrato i volontari dell’associazione “I figli di Barabba”, ho partecipato solo al corso di disegno. Ricordo che ogni volta che avevamo lezione con loro, scendevamo giù “alle scuole”, scoprendo così una passione bellissima. Innanzitutto, perché avevo la possibilità d’imparare qualcosa di nuovo e poi perché avevo modo di rapportarmi con persone diverse. Quando dico la parola “diverse”, mi riferisco che non vivevano l’esperienza all’interno di un penitenziario. Quella volta a settimana, ci portavano un po’ d’allegria, spensieratezza come quando veniva a trovarci un familiare; grazie a questo corso ho conosciuto persone speciali. Infatti, uno di loro è diventato mio padrino di cresima. Ma ciò che mi è rimasto nel cuore, è il giorno quando tu sei stata ospite dell’evento finale con il tuo splendido libro. Mi sono emozionato tantissimo quella mattina, perché la tua testimonianza è stata piena di coraggio e amore per la vita. Proprio per questo, la mia risposta è stata subito positiva per quest’intervista».
Hai mai assistito a scene di violenza?
«Sì, perché in quel luogo capita di tutto, ma mi fa piacere raccontarvi anche un mio episodio. Nel 97′, la prima volta che sono stato in carcere, ero in una stanza a padiglioni. Ricordo che c’era come regola che a turno dovevi alzarti alle sei del mattino per buttare la spazzatura, mentre tutti gli altri ancora dormivano. Chi si alzava presto e buttava il sacchetto nero dei rifiuti, quando veniva la guardia ad aprire, doveva lavare anche la stanza. Io ero presuntuoso e vivevo i primi giorni da detenuto, dopo cinque giorni della mia vita da recluso, venne un mio amico di cella più grande a svegliarmi, ricordandomi  che quella mattina era il mio turno. Io mi alzai, e senza dire una parola presi uno sgabello e glielo spaccai in testa. Perché il mio primo pensiero fu, che nella mia vita, nessuno mi doveva comandare, nemmeno lui. E così dopo quattro giorni di carcere sono andato alle celle. Quell’episodio in qualche modo ha cambiato la mia maniera di vedere le cose, infatti nel corso degli anni, quando mi capitava di dividere la cella con qualcuno più piccolo di me, io a modo mio me ne prendevo cura. Non mi interessavano i turni, mi offrivo sempre volontario alle nostre regole».
Qual è la sensazione che provi ripensando alla tua esperienza?
«Ripenso ai miei 20 anni della mia vita buttati in carcere, facendo fare sacrifici a tutta la mia famiglia, provocando tanta sofferenza. Perché io quella l’ho creata davvero e forse non riuscirò mai a perdonamelo. Quando ripensando a quei giorni, a quei miei mesi buttati, provo soprattutto “Dispiacere”; perché non ho capito prima di dover cambiare. Infatti, ricordo che, quando in quelle mura che conoscevo fino all’ultimo centimetro, incontravo un ragazzo più piccolo di me, gli davo sempre buoni consigli. Perché ripensavo a tutte quelle sensazioni e provocazioni che avevo vissuto sulla mia pelle; alle litigate che erano successe con chi era più grande di me. Colpa del mio carattere ribelle, che all’epoca non aveva affatto migliorato le cose, ma bensì peggiorate. Ho sempre parlato con quei ragazzini, come se fossi per loro un fratello, un secondo padre; socializzavo e parlavo solo con persone che volevano parlare di lavoro, non di reati. In carcere ci dovrebbe essere una figura chiamata “riabilitazione”, non per vittimismo, ma se non sei forte tu, se non sei pronto a cambiare tu, nessuno ti fa conoscere un mondo diverso. La tua vita senza fare reati, rapine e tant’altro. Le mie ultime chiacchierate sono state solo con chi, come me, stava progettando di costruire un futuro nuovo. Ho trascorso quegli ultimi mesi a giocare a calcio, a cucinare e a scrivere lettere soprattutto alla mia ragazza che mi stava aspettando fuori. Lì dentro ho avuto anche la possibilità di studiare, infatti oggi ti posso dire che la scuola è molto importante. Ho buttato gli anni più belli della mia vita dietro quelle sbarre di ferro, però come si dice: meglio tardi che mai».
Ricominciare cosa significa per te? Raccontaci le tue nuove giornate.
«Ricominciare per me significa riprendere quel percorso che già ho preso nel 2013, infatti sto riprendendo la mia vita da cittadino onesto, da commerciante. Come ogni cosa, come sappiamo soprattutto in Italia, per quanto riguarda la parte burocratica, procede tutto lentamente. Le mie giornate sono molto tranquille, per il momento posso stare solo per il mio paese insieme a Tommy, il mio inseparabile amico a quattro zampe e l’amore della mia vita. Di mattino, la mia fidanzata mi accompagna a San Gennaro, un piccolo paese che dista dieci minuti di macchina dalla nostra abitazione, perché sono in affidamento. Alle 13 torno a casa e mi godo la mia famiglia, per il momento mi interessa stare insieme a loro, ma soprattutto, ti giuro, la libertà. E credimi, ancora non vivo la libertà di uscire di sera per portare la mia fidanzata fuori a cena, da oltre vent’anni. Infatti, io e la mia metà ancora non sappiamo cosa vuol dire uscire fuori dalle mura domestiche dopo le ventuno, ma per lei non è un peso, siamo sicuri che un giorno ci sarà la nostra prima uscita a cena. È sarà qualcosa di speciale. Nell’ultimo periodo abbiamo affittato una casa, perché tra qualche mese nascerà la nostra principessa, ma per ora ancora non sono andato a vederla, visto che si trova in un altro comune, non posso trasferirmi perché i magistrati ancora non mi autorizzano. Continuiamo a stare a casa di mia madre con il primo mese d’affitto già versato. Oggi ho capito che tutti miei errori mi sono serviti, e mi hanno fatto diventare un uomo diverso. Mi permetto di raccontarvi un altro episodio emozionante avvenuto dentro quelle mura alte che a volte ti rubavano ogni sogno, prima di salutarvi e ringraziare nuovamente. Sono molto legato al mio amico a quattro zampe di nome Tommy, insieme abbiamo sentito molto il nostro distacco, ma specialmente Tommy aveva avuto una crisi d’abbandono. Lui è come se fosse il primo mio figlio, il primo amico di lunghe passeggiate. Fin dal giorno in cui sono diventato il suo padrone abbiamo vissuto in simbiosi. Dopo molte lotte durate quasi un anno, grazie ad una giornalista di Repubblica che in un articolo raccontò la nostra storia, feci il mio primo incontro con Tommy. Quel giorno è scolpito nel mio cuore, era di lunedì, da tanti anni che ero lì quel primo giorno della settimana non c’era mai stato nessun colloquio. È stato il primo colloquio più emozionante di quegli anni bui; quella mattina aprirono l’aria verde solo per noi; era la prima volta nella storia che avvenne un mio colloquio con due persone. Insieme a Tommy, c’era la mia ragazza; quella scena è ancora davanti ai miei occhi. Tommy, ogni volta che mi vede, corre subito ai miei piedi, ma quella mattina si bloccò. Per i primi secondi era rimasto immobile, mentre io gli andavo incontro e gridavo il suo nome. Dopo le mie carezze anche lui ha realizzato che non stava sognando ed ha iniziato a leccarmi. È stata una sensazione bellissima, tutti e tre insieme all’agente, quel lunedì mattina abbiamo pianto di felicità. E da quel giorno io e Tommy avevamo il nostro colloquio mensile in quel prato verde circondato da mura altissime».

di Grazia Sposito

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