La vita di Gaetano Amato: da “La Squadra” alla passione per i libri

Gaetano Amato

 È stato uno dei volti noti della fiction poliziesca “La Squadra”. Interpretava l’ispettore “Sergio”. Di Castellammare di Stabia, attore di teatro, cinema e TV. A breve lo vedremo in teatro in uno spettacolo di Sebastiano Somma. Stiamo parlando del poliedrico artista Gaetano Amato. Dalle tavole del palcoscenico ai libri: una vita in continuo movimento quello dell’attore che nel corso della sua carriera è stato insignito di diversi riconoscimenti come “Il Premio Fabula”, “Il Premio Charlot” , “Il Premio qualità televisiva per la squadra festival della televisione italiana”, “Il Premio Comico dell’anno”. Sin da giovane ha intrapreso la strada per il cinema, il teatro che poi l’ha portato ad essere un attore affermato nel panorama italiano. Nell’intervista ci ha raccontato l’esperienza sul set de “La Squadra” e della sua passione per la scrittura.

Gaetano Amato, volto popolare di una delle fiction più seguite “La Squadra”. Quanto devi a questa fiction?
«Tanto, nel senso che mi ha permesso di acquisire quella popolarità che mi ha dato accesso a lavori che probabilmente mai avrei avuto modo di fare, tipo “Il Grande Torino”, per citarne uno».

Cosa ha rappresentato per te “La Squadra”?
«Il piacere di vivere giornate intere con colleghi che sono diventati come fratelli e da cui ho molto imparato, sia umanamente che professionalmente. Era una vera famiglia quella serie».

Sei stato spesso protagonista di fiction con personaggi da un forte carattere. Nella vita privata Gaetano Amato com’è?
«Il carattere è lo stesso. Sono pieno di difetti, e pochi pregi. Tra i difetti ci metto anche l’onestà intellettuale. In questo momento storico non paga».

Oppure i personaggi che hai interpretato rispecchiavano anche il tuo carattere vero e proprio?
«Beh quando interpreti un personaggio, oltre a quello già scritto, ci metti sempre una parte di te, anche se poi non è quella preminente. Io in genere ragiono con cosa farei o come sarei io in quella situazione, e l’adatto al personaggio».

Nel corso della tua carriera sei stato insignito di diversi premi. Quale fra questi più ti soddisfa e per quale motivo?
«Le soddisfazioni sono pari, per qualsiasi riconoscimento avuto. Non credo ce ne sia qualcuno in particolare. Ognuno è arrivato in un momento preciso della vita, dallo “Charlot” che ha coronato la carriera da comico al mirto d’oro. Ecco, se proprio ne devo citare uno cito il mirto d’oro poiché penso di essere stato l’unico, nella storia di quel premio, ad essere premiato per la tv, visto che era un premio per il cinema».

Oltre ad essere un attore, sei anche scrittore. Infatti qualche anno fa sei stato finalista del “Premio Bancarella”. Come nasce la passione per la scrittura?
«Nasce da sempre. Da quando mi scrivevo gli spettacoli di cabaret che poi portavo in giro nei locali e nei teatri in tutta Italia. Scrivo per me principalmente. Ora più che mai. Sarà l’età, ma la preoccupazione di scordarsi una storia fa sì che tu la metta sulla carta. Non si può mai sapere».

Scrittore, autore, attore: quale di questi ruoli più ti si addice?
«Hai mancato la docenza. Infatti insegno anche. Oltre che l’educazione fisica, anche storia del teatro e del cinema. Comunque Tutti e nessuno. mi sono sempre sentito solo Gaetano Amato».

Cosa ne pensi dell’attuale scena teatrale e cinematografica?
«L’Italia è molto cambiata, e con lei il livello artistico della nazione. Abbiamo dimenticato le lezioni che i grandi maestri ci hanno lasciato. Una volta le commedie erano quelle graffianti che raccontavano e prendevano per i fondelli la società e il nostro modo di essere. Oggi più che commedie sembrano accozzaglie di battute fa avanspettacolo. Per fortuna ancora qualcuno c’è che riesce a tenere testa ai francesi e agli spagnoli, che in fatto di commedie hanno molto imparato da noi e ci hanno superato non di poco. Anche per il teatro è la stessa cosa. C’è una totale assenza di merito. Difficile distribuire. Il teatro come la tv è il cinema è gestito da un pugno di persone. Siamo diventati “defilippiani”. Inteso non come Eduardo De Filippo, magari, come Maria de Filippi. Inseguiamo il fatuo».

E cosa pensi in particolare dei giovani talenti napoletani e campani? In che modo potrebbero essere valorizzati? Che consiglio vorresti dare per poter intraprendere questa carriera?
«Di talenti non ne vedo tantissimi in giro, e non parlo solo di Napoli . Per me il talento è un fatto a parte, è un essere oltre. Il talento era Gian Maria Volontà, era Massimo Troisi, era Totò, Eduardo, Peppino, Nino Taranto, è Elio Germano. Poi ci sono gli ottimi attori, e a Napoli come in Italia ce ne sono; i bravi attori, gli attori per mancanza di prove e gli attori perché nun se po mai sapè che mi vada bene, tanto manco so fare niente altrove. Purtroppo oggi la star la decreta solo il web, Youtube. Organizzi quattro cazzate, e via. qualcuno potrebbe dire ma se è cosi semplice perché non lo fai anche tu. Perché non lo so fare e probabilmente perché manco mi interesserebbe farlo. Consigli? E quali consigli puoi dare. Dovrei essere drastico, per cui preferisco non consigliare».

Attualmente a cosa stai lavorando?
«Sto lavorando a una sceneggiatura, con la speranza poi di riuscire a realizzarla, visto che non ci sono culi, tette, non fa ridere e i protagonisti non sono 3 ventenni. E a Gennaio riprendo in teatro “Uno sguardo dal ponte”, di Miller, con la compagnia di Sebastiano Somma».

di Giovanni Iodice

 

About Redazione Informare

Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito da Officina Volturno, associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.