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La Spagna potrebbe non avere un governo

Giuseppe Guardato 02/08/2023
Updated 2023/08/01 at 11:09 PM
12 Minuti per la lettura

Dopo il conteggio dei voti dei residenti all’estero, la Spagna ha i dati definitivi delle elezioni anticipate del 23 luglio per il rinnovo delle due Camere del Parlamento. Il Partito Popolare (PP) di Alberto Nuñez Feijóo è stato il più votato, ma il crollo di Vox impedisce loro di formare una coalizione di destra che raggiunga la maggioranza. Il Partito Socialista (PSOE) del premier Pedro Sánchez ha ottenuto un buon risultato, ma ci si attendeva di più dalla nuova coalizione guidata da Yolanda Díaz, Sumar, rendendo la possibilità di formare un governo molto remota.

In Spagna il governo aveva raggiunto ottimi risultati

Tracciare un bilancio del governo di Pedro Sánchez parrebbe cosa piuttosto semplice guardando semplicemente quanto ottenuto dal premier uscente. Il PIL spagnolo, stando ai dati di World Bank, è cresciuto del 5,5% sia nel 2021 che nel 2022, superando le aspettative dell’Unione europea. Per ritrovare un tale dato dobbiamo risalire al 1987, quando, anche lì, la crescita fu del 5,5%. Per un Paese duramente colpito dalla pandemia di Covid-19 e dalla disoccupazione in continuo aumento, le riforme del premier Sánchez hanno permesso di ridurre il tasso di disoccupazione ai livelli del 2008.

Il governo spagnolo è anche riuscito a far fronte alla crisi energetica che tutta Europa ha dovuto affrontare. Grazie al tetto dei prezzi garantito dall’approvazione dell’Iberian exception, proposta ad aprile 2022 dalla ministra per la transizione ecologica Teresa Ribera, la Spagna è riuscita ad affrontare molto meglio degli altri Paesi europei la crisi energetica originata dalla guerra in Ucraina. Inoltre, la transizione ecologica procede a passi sostenuti. Il governo di Sánchez ha anche ottenuto il plauso della Commissione europea per aver completato con grande anticipo i requisiti per l’ottenimento del PNRR.

Un pessimo rapporto con l’opinione pubblica

Oltre agli ottimi risultati, il governo Sánchez è stato responsabile dell’introduzione di riforme progressiste e ben viste in Spagna come: l’introduzione di una legge per regolamentare l’eutanasia, una per il salario minimo, misure a tutela delle minoranze e dei diritti riproduttivi. Nonostante tutto, la popolarità del PSOE e del premier Sánchez sono in calo da mesi e sono culminate in elezioni dal risultato molto incerto. Secondo alcuni dei principali analisti politici spagnoli, il calo di popolarità del partito PSOE è legato a doppio filo con la figura personale del premier Pedro Sánchez. Un po’ come avvenne per Matteo Renzi, la personalizzazione dell’operato del premier si è andata a riflettere sulla figura del suo partito.

Pedro Sánchez viene descritto come autoritario, assetato di potere e ipocrita. Il suo rapporto con Podemos di Pablo Iglesias (ora confluito in Sumar, alleata di PSOE) è stato spesso giudicato come contraddittorio, una prima alleanza nel 2018 era stata rifiutata da Sánchez, che ha poi accetto per formare la prima coalizione di sinistra di Spagna in oltre 80 anni. Ha poi accettato una collaborazione con il partito nazionalista basco EH Bildu accusato di aver avuto in passato legami con l’associazione terroristica E.T.A., ormai sciolta, ma la cosa non lo ha risparmiato dagli attacchi del PP e di Vox che hanno spesso fatto una propaganda allarmistica che dipingeva la sinistra spagnola come alleata dei terroristi.

Un colpo di grazia potrebbero essere stati i risultati della controversa Legge per la Garanzia Integrale della Libertà Sessuale, nota come “solo sì è sì”. Fortemente voluta dal premier e dalla ministra dell’uguaglianza Irene Montero, la legge fa convergere tutti i delitti contro la libertà sessuale in un unico reato. Optando per un’unica penalizzazione per condotte anche tra loro molto diverse, ha poi stabilito una scala progressiva di sanzioni molto ampia. Questa riformulazione ha portato a modificare le sanzioni massime e minime e ad abbassare le pene minime previste per alcuni tipi di reato. Come avviene anche nel nostro ordinamento, molti condannati hanno fatto domanda per ottenere una revisione della pena in ossequio al principio del favor rei. Ciò ha portato alla riduzione di circa 943 pene e ha portato il premier Sánchez a definire la legge come “il suo più grande sbaglio”.

Dopo le elezioni amministrative di maggio, che hanno visto una vittoria del fronte di destra guidato da PP, il premier Sánchez ha convocato le elezioni anticipate. La mossa è stata molto dibattuta tra gli esperti, alcuni sostenevano che il PSOE avrebbe affrontato un suicidio politico, altri descrivevano la cosa come un colpo di genio. A posteriori non possiamo ancora dire se la cosa pagherà i dividendi sperati da Sánchez, ma ad oggi resta il fatto che il tracollo non c’è stato e il PSOE ha raggiunto il suo miglior risultato dal 2008 (31,7%, valevoli 121 seggi).

La destra a due velocità in Spagna

A contrapporsi alla figura di Sánchez c’è Alberto Núñez Feijóo, guida del PP, al momento estremamente popolare. Egli stesso si descrive come un “tecnocrate ottuso”, la sua figura di burocrate moderato ha fatto grande presa sugli spagnoli, auspica un governo per la Spagna che sia concreto ed efficiente. La narrazione che ha costruito di sé stesso, opposta a quella di Sánchez, ha permesso a PP di divenire il primo partito in Spagna. Con il 33,05% dei voti, ha ottenuto 137 seggi alla Camera, un risultato straordinario che ha permesso a PP di guadagnare 48 seggi rispetto alle precedenti elezioni. La sua campagna elettorale è stata improntata sulla moderazione, Feijóo non è antieuropeista, ma ne parla in termini piuttosto vaghi; assicura che non si opporrà agli sbarchi e non chiuderà il passaggio da Gibilterra, ma vuole regolamentare la migrazione; non è in alcun modo un nostalgico franchista o un revanscista come il leader di Vox Santiago Abascal, ma vuole abrogare la “Legge sulla Memoria Democratica“, introdotta nel luglio 2022 dal governo di coalizione di sinistra per affrontare l’eredità della dittatura del generale Francisco Franco.

Ad aver subito il colpo più duro è stato il partito di chiara ispirazione franchista, alleato di Fratelli d’Italia e “personalmente amico” di Giorgia Meloni, Vox. Alle elezioni ha ottenuto il 12,39%, ottenendo solo 33 seggi alla Camera, 19 in meno rispetto alle ultime elezioni. Dopo i risultati, Abascal ha immediatamente accusato il suo alleato Feijóo di aver “demonizzato” Vox, ha incolpato i media di aver fatto una propaganda mirata a distruggerli e ciò avrebbe reso qualsiasi loro risultato “eroico”. In controtendenza rispetto a quasi tutti gli altri partiti di estrema destra in Europa, Vox ha avuto un crollo nei risultati (pur assestandosi come terzo partito più votato) e sembra essere divenuto politicamente irrilevante nell’arco di poco tempo. Lo stesso Feijóo ha più volte auspicato di governare da solo, un risultato difficilmente raggiungibile. Dalla fine della dittatura franchista, la Spagna non aveva mai avuto partiti di estrema destra come Vox, un’ascesa aveva destato non poche preoccupazioni, ma, anche se è ancora presto per dirlo, sembra che la società spagnola sia ancora molto ostile questo genere di partiti.

Un governo per la Spagna a dicembre?

Ad oggi nessuna delle due coalizioni riesce a raggiungere la maggioranza assoluta necessaria per governare. I 176 seggi richiesti possono essere difficilmente raggiunti dalla coalizione di destra che, praticamente, non ha alleati. Un possibile partito con cui ampliare la maggioranza conservatrice potrebbe essere l’Unione del Popolo Navarro che ha ottenuto un seggio, ma anche in questo modo si arriverebbe a 171 seggi.

La coalizione di sinistra ha iniziato a dialogare con tutti gli altri partiti loro vicini, partendo dai più affini. L’obiettivo di PSOE e Sumar sarebbe quello di coinvolgere le forze indipendentiste regionali di Catalogna e Paesi Baschi: Sinistra repubblicana di Catalogna (Erc, 7 seggi), Eh Bildu (6 seggi), Partito nazionalista basco (Pnv, 5 seggi) e Blocco nazionalista galiziano (Bng, 1 seggio). Anche qui si arriverebbe a 171 seggi.

Un’eventuale alleanza con il partito indipendentista catalano di Carles Puigdemont, JuntsxCat, permetterebbe la formazione della coalizione di sinistra, ma negli ultimi quattro anni JuntsxCat è stato sempre all’opposizione, votando contro quasi tutte le proposte di legge del governo Sánchez. Già prima dei risultati definitivi, la portavoce Míriam Nogueras aveva detto che il suo partito non avrebbe mai sostenuto il candidato socialista. Puigdemont ha poi ritrattato, dichiarando che sarebbe disposto a negoziare un accordo con Sánchez solo se quest’ultimo accettasse di dichiarare un’amnistia generale per tutti i politici coinvolti nel referendum del 2017, compreso Puigdemont, e se si impegnasse a organizzare una votazione per l’indipendenza catalana. La proposta è stata respinta.

Intanto, il re Filippo VI ha iniziato le consultazioni, Feijóo ha chiesto di venir nominato capo di governo, in quanto vincitore delle elezioni. Sánchez ha ribattuto sostenendo che governerà chi otterrà più consensi al Congresso, non chi ha più voti. Nel caso in cui non dovesse formarsi nessuna maggioranza, cosa piuttosto probabile, entro due mesi il Parlamento spagnolo andrà sciolto ed entro 54 giorni si dovrà votare di nuovo (ipoteticamente dicembre o gennaio 2024). Nel frattempo, Sánchez rimarrebbe premier con poteri limitati. La situazione è molto articolata e lo stesso leader di Vox si è detto convinto che a dicembre si tornerà al voto. A conti fatti, la mossa di Sánchez di indire nuove elezioni anticipate potrebbe essere stato realmente un colpo di genio; la popolarità di Vox è in continuo calo; PP, seppur in grande crescita, molto difficilmente potrà raggiungere la maggioranza solitaria. La speranza del PSOE è un aumento di popolarità che permetta loro di governare grazie alla semplice astensione di JuntsxCat, cosa non semplice, ma sicuramente più auspicabile di un’alleanza.

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