Si avvicina il dodicesimo anniversario dell’assassinio di mio padre. Molto pensavo fosse alle mie spalle, eppure ancora una volta ho vissuto momenti che mai in vita mia avrei pensato accadessero.

Mi riferisco certo a questo lunghissimo, estenuante e incredibile periodo di pandemia che noi tutti abbiamo subito sulla nostra pelle. Chi più, chi in modo diverso, chi in maniera drammatica, perdendo per “strada” un proprio caro senza nemmeno poter salutare per l’ultima volta… 

Questo periodo lunghissimo fatto di angoscia, solitudine mi ha riportato indietro nel tempo. Mi ha riportato nel 2001, il periodo della denuncia dell’estorsione, quando camminavo con mio padre per le strade di Caserta e lui era ansioso e si guardava intorno preoccupato. Quando si guardava le spalle perché si aspettava di tutto, non entrava nei bar, evitava i luoghi affollati perché si sentiva in pericolo.

Mi ha riportato alla mente quando a Castel Volturno tutti lo scansavano come un “lebbroso”, quando tutti si tenevano lontani ben più di un metro. 

Quanta solitudine avrà sentito, lo capisco solo oggi. Seppure il paragone è improprio, la mente fa giri strani e questa epidemia mi ha portato a sentire la solitudine di mio padre, a provare l’impotenza che ha provato mio padre di fronte a una macchina criminale spietata e senza scrupoli.

Quante notti insonni, quante lacrime versate, quando pensavo di aver visto tutto: le lungaggini legali/burocratiche; Le ore trascorse nelle aule dei tribunali dove ho visto assassini con la maschera di innocenti, “autorevoli personaggi dell’antimafia” con la maschera dell’ipocrisia (come faranno con queste restrizioni a indossare un’altra maschera per proteggere le vie respiratorie dal contagio Covid19). Non dimentico il tentativo maldestro di boicottare il libro “L’altro Casalese”, dedicato alla storia di mio padre e le sue censure; le scarcerazioni scellerate di persone che fuori hanno ucciso senza pietà; l’impossibile che diventa realtà: i buoni chiusi dentro e i cattivi fuori.

Quando pensavo di avere patito il peggio, eccomi qui in ginocchio di fronte alla mia più grande debolezza, la mia più profonda e mai cicatrizzata ferita. Ho provato ciò che ha provato mio padre, la solitudine e questo mi ha riportato alla mente la crudele verità.  L’assassinio di un uomo semplicemente onesto, MIO PADRE, MIMMO NOVIELLO, per mano di “semplici”, ma feroci assassini.

Ed infine a pochi giorni dal dodicesimo anniversario della morte di mio padre, cosciente di non poter nemmeno raggiungere Castel Volturno luogo dove è avvenuto l’eccidio, dove almeno una volta l’anno, anche se pochi e sempre gli stessi (come narrato nel libro L’altro casalese di Paolo Miggiano) ricordavamo il sacrificio del mio Papà. Ebbene, forse è meglio cosi, anche se quest’anno avrei potuto dare l’ultimo abbraccio a un caro amico, un uomo vero, sempre presente e in prima linea contro la camorra. Si, Valerio Taglione (incontrato l’ultima volta, quando ha voluto la presentazione del libro che racconta mio padre nella sua terra, lì a casa don Diana) venuto a mancare l’otto maggio scorso, il giorno prima dell’anniversario dell’omicidio di Peppino Impastato nel 1978 e otto giorni prima del 16 maggio 2008 dell’omicidio del mio papà e nello stesso periodo di primavera quando nel 19 marzo 1994 venne a mancare don Peppino Diana. Ecco, la mia ferita non si rimarginerà, ma continuerò a far si che ogni giorno sia primavera, per vedere germogliare nuovi gemme e non semplici alberi secchi.

Che tristezza, il pensiero mi sale senza che la censura della razionalità possa fare a tempo a zittirlo: se ne vanno sempre i buoni, i migliori.

di Mimma Noviello

Print Friendly, PDF & Email