Come dire le cose è una cosa, come fare le cose ne è un’altra. Le buone intenzioni sono sempre chiare perché quando le pensi sono belle, quando le discuti sono lineari, quando le ripensi sono convincenti: le buone intenzioni non presentano grinze.

Le buone intenzioni le puoi annunciare, declamare ad alta voce. Sono buone intenzioni e nessuno te le contesta. Le buone intenzioni sono giuste per te e per chi sta di fronte a te. E tra il dire e il fare non c’è il mare da affrontare ma una piccola gora, passeggiabile fischiettando – fiiuuu, fiuuu.

Pensiero ed azione sono la stessa cosa. Non vi è contraddizione.

Dovrebbe essere così. Dovrebbe essere così, ma c’è la frolla: una sfogliatella che si fa chiamare frolla. La frolla fa perdere le buone intenzioni, dici una cosa e ne fai un’altra.

È un mistero ma nessuno ne parla, ed io di una sfogliatella sto per parlare.

A Napoli, passando davanti a Scaturchio, Attanasio, Infante o Pintauro, o a Mondragone da Lisìt(a), o in qualsiasi altra parte dell’Italia o del mondo – purché vi sia una pasticceria napoletana – non avete dubbi perché siete ben intenzionati. Un pensiero fisso già da alcuni giorni o una voglia improvvisa nata d’istinto, una reazione ad una riflessione sul lavoro o sulla famiglia: un caffè dopo una bella sfogliatella riccia, perché la sfogliatella (lo dice la parola) è quella rivestita di sfoglie, “riccia” è un aggettivo inutile ma che si è reso necessario dopo che ha preso piede quella, la frolla, che di sfogliata non ha niente.

Vai deciso (armato di buone intenzioni), ne hai parlato con il collega che ti accompagna, gli hai descritto i sapori, la reazione del palato, l’imbarazzo festoso della lingua e già te la senti in bocca. Il collega si incuriosisce, ti fa domande e comincia a svolazzarti intorno come uno zanzero.

Vai direttamente alla cassa. Ti togli il pensiero subito, non hai necessità di vedere la vetrina dei dolci, hai le idee chiare che accompagnano le intenzioni chiarissime.

«Buongiorno, allora due caffè e due sfogliatelle».

Un fremito di educazione ti prende, ti giri verso la tua destra e chiedi all’amico, sempre più festoso, se hai ordinato giusto anche per lui. L’amico non risponde, combatte con l’acquolina che gli inonda gola, labbra, faringe, tonsille palatine e tubariche ma dà una conferma con il capo. Non può parlare, ha il cavo orale pieno di desiderio. Se non fosse un architetto penseresti che stia sbavando e quella macchia umida sulla cravatta non sia pioggia.

Il cassiere è troppo svelto e sfodera la domanda prima della tua risposta come Clint Eastwood nei film di Sergio Leone.

«Ricce o frolle?».

Ti spiazza. Non sai che dire, non eri preparato, avevi le idee chiare, non avevi contemplato la scelta e il bavoso continua a fare cenno con il capo come a dire «Fai tu, fai tu, io prendo quella che prendi tu: riccia o frolla. Fai tu». Vigliacco e traditore. Ma come, fino all’ingresso nella pasticceria gli hai parlato della riccia e adesso ti lascia al tuo destino? La gora passeggiabile è diventata un mare in tempesta, le onde del dubbio e dell’incertezza si sono abbattute sulle tue sicurezze e tu non sai cosa decidere.

Ma che è successo?

Riccia o frolla, frolla o riccia. Ma non era tutto chiaro fino a pochi secondi prima?

Vado verso la vetrina e le guardo.

Sono entrambe cotte al forno, il ripieno è costituito da semolino, ricotta, zucchero e canditi con vaniglia e cannella, ma la parte esterna no.

La riccia ha un aspetto aggressivo e sensuale, è ricoperta da lamelle sottili, una capigliatura provocante, sembra abbronzata, in alcune parti di più, proprio nera in alcune mentre in altre (le insenature) è dorata, ed ha una forma triangolare, pubica, vaginale. Non è un caso se più di 2000 anni fa, in Anatolia, un dolce simile era offerto alla Dea Madre Cibele nei riti propiziatori della fertilità.

La riccia è sicura di sé, non ti chiede niente. Non ha bisogno di ammiccare, ma fa intendere tutto. È femmina giusta, un vortice di passioni. Al primo morso è un concerto di percussioni – trac ta trac ta trac ta – le lamelle si spezzano, volano per aria, punzecchiano la lingua ed il palato, ti fanno solletico tra i denti e le gengive e tu le rincorri con la lingua “Dove andate? Fermatevi! No! questo no!”, un corri-corri estenuante. La riccia ti fa capire che non ti sbagli: ti aspettano mari e monti, un’avventura, perderai la testa ed anche qualche cravatta perché i pezzettini che esploderanno nel morso (ta trac ta trac) si infileranno in cravatta, maglioncino, giacca. Sarà una cosa sfrenata che durerà anche dopo il caffè, i pezzettini delle scaglie li troverai anche nelle ore e nei giorni successivi nei posti più impensabili, anche nella tasca della giacca e dei pantaloni. Segno inequivocabile di una passione travolgente ed estenuante, ma tu stai lì per questo.

«Signore, allora avete deciso: riccia o frolla?».

Frolla? Frolla! Sta lì in un vassoio accanto alla riccia. È tonda, curva, acconcia e accucciata, ti guarda e non ti dice niente. In realtà “non ti dice niente” ma ti dice tutto con gli occhioni rotondi e socchiusi. Ammicca, ammicca. Cosa ammicca? Quello che vuoi. “Sono pastosa, dolce, morbida, non c’è bisogna di forzature, un morso è un morso, tu lo dai e… mica come l’altra che urla, strepita, pretende! No, io, no! Semmai, spiffero un po’ di zucchero velato, dove mi lasci la mi trovi: un morso, solo un morso ed io sto lì. Il tuo morso non trova ostacoli: io non sporco, non cade niente, non ci sono conseguenze, io sto la e aspetto”. E poi ti guarda: acconcia, rotonda, a forma di cupoletta… Quasi senti l’odore di vestaglia e di pantofole.

«Signore, ha deciso?», chiede il cassiere western.
«Frolla», ma io avevo buone intenzioni.
«Due frolle», conferma lo sbavatore.

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 185 Settembre 2018

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