La scuola riparte… divisa: ritardi e disuguaglianza tra Nord e Sud

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 Una ripartenza con troppi interrogativi

La scuola è l’unico organismo che riparte spedito con la pandemia in corso. Sì, ma come? Quello che ho percepito è che – anche in questa delicatissima fase – c’è una netta differenza fra Nord e Sud d’Italia. Persino nelle ripartenze. Da Roma in su, le mense scolastiche funzionano dal primo giorno. Da noi al Sud no.

«Ci vorrà tempo», spiegano dalle segreterie didattiche. Almeno nelle scuole pubbliche (non in tutte) di mense non se ne vede neanche l’ombra. Parlando con altre mamme in attesa dell’uscita dei figli da scuola, qualcuna ha ipotizzato: «Sarà perché qui pensano che le donne non lavorino? Che i genitori siano tutti disoccupati?» .
Al Nord è più scontato che una donna lavori, perché – diciamocela tutta – il carico dell’andirivieni da scuola per accompagnare e riprendere i figli ricade prevalentemente sulle spalle della donna.
E allora, ho pensato che la ripartenza post-Covid e dentro il Covid sia anche un fatto culturale, sociale, legato al tessuto del territorio e alla mentalità.

E se davvero c’è la comunis opinio che il lavoro degli altri non sia da rispettare, al di fuori della scuola, allora le disuguaglianze aumentano. Con la visita del premier Giuseppe Conte e della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina a San Felice a Cancello, il 1 ottobre scorso, pensavo cambiasse qualcosa. Ma non è successo niente. Le disuguaglianze sono rimaste.
Anche fra bambini più deboli e i cosiddetti “normodotati”. Davanti ai cancelli della scuola di San Felice, ad attendere la ministra e il premier, c’erano infatti mamme con figli disabili. A singhiozzo, infatti, sono ricominciati gli affiancamenti di terapisti a scuola per i bambini autistici e con la sindrome di Down: molti istituti scolastici del Casertano, infatti, non hanno ancora dato il via libera all’accesso degli psicoterapeuti.
«Presidente ci sentiamo soli, non lasciateci», è stato il grido dei bimbi con difficoltà che si sono rivolti a Conte. Lamentano pure la carenza di insegnanti di sostegno.
Al momento, nell’istituto comprensivo di San Felice mancano sei docenti per il sostegno, tre alla primaria e tre alla secondaria.
«Arriveranno le risorse che mancano», ha assicurato la dirigente scolastica Mauro, che ha annunciato: «Sono arrivati i primi banchi monoposto e nei prossimi giorni ci verrà consegnato il resto». Ma i banchi non sono giunti in tutte le scuole del casertano.
E poi, sono arrivati anche i 30mila euro nella scuola vandalizzata di San Felice, ma non basteranno. Sullo sfondo, il tifo da stadio per Conte dei cittadini. Un paradosso. Nella Valle di Suessola, San Felice a Cancello è un paese che ha bisogno di sostegno. Commissariato nel 2016 per l’arresto del sindaco, Pasquale De Lucia, il paese è stato abbandonato da tutti, dimenticato. Casse in rosso, in Comune.

Persino il cartello d’ingresso al paese è crollato giù dal peso dell’indifferenza. La strada che da Maddaloni conduce nel cuore di San Felice è un altro aculeo di mortificazioni: buche ovunque, rifiuti agli angoli delle strade. Tuttavia, l’arrivo del premier Conte è stato applaudito da chi davanti ai cancelli aspettava il Governo.
A protestare, però, c’erano gli aspiranti direttori dei servizi generali e amministrativi. Per loro, hanno parlato Diana Giuseppina, Cristina Capasso e Ilaria Di Mauro: «Bisogna allargare la graduatoria di assegnazione fino a 408 posti in Campania». Una richiesta protocollata al premier Conte. Se ne uscirà mai?

di Marilù Musto

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°210
OTTOBRE 2020

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