CASERTA. Nel corso del Convegno tenutosi sabato scorso all’hotel Vanvitelli, è stato presentato alle autorità presenti il Protocollo d’intesa, firmato a febbraio fra diversi soggetti che, mettendo a confronto i due territori di Caserta e del Sarno, hanno deciso di mettere in campo le proprie competenze, per dare una risposta concreta al problema Terra dei fuochi.

Il convegno è stato moderato dal dott. Alfonso Bonaiuto e dalla dott.ssa Giuliana Sorà.

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Una terra martire…

La Terra dei fuochi è una triste realtà che negli ultimi anni ha messo in ginocchio la Campania, vittima di una camorra ignorante che ha permesso di intombare rifiuti tossici e radioattivi in quella Terra, un tempo chiamata “Felix”, più fertile d’Europa, di un’industria malata che ha puntato solo al profitto, di una pessima gestione politica che, piuttosto che affrontare il problema ha spesso tentato di minimizzare il disastro ambientale e che è stata clamorosamente smentita dalla condanna inflittale dalla Corte Europea di Bruxelles che ha accolto la denuncia delle mamme coraggio.

…Sola al proprio destino

Vittima dell’inciviltà di chi si ostina tuttora a non differenziare ed a lasciare i sacchetti in strada alla mercè del piromane di turno, dell’indifferenza di gran parte della società civile che ha demandato ai comitati la lotta per la tutela della salute.

Di una cattiva informazione a livello nazionale che ha portato le persone a credere che l’inquinamento riguardasse solo la Campania mentre invece è un problema che riguarda l’intero stivale. E questo ha fatto sì che molte aziende del nord abbiano potuto pubblicizzare i loro prodotti sottolineando il fatto che non fossero campani.

Le mosse per salvare il territorio

Ben vengano i droni ed il monitoraggio satellitare per la prevenzione ed il controllo del territorio ma i terreni vanno anche disinquinati ed i recenti sequestri effettuati a San Nicola La Strada di 12 pozzi contenenti arsenico, e la cui acqua veniva utilizzata per uso domestico e la fertirrigazione dei campi, lo dimostrano.

Per toglierci da dosso quest’etichetta infamante non basta spostare le ecoballe o creare inceneritori, ma bisogna bonificare il suolo dove coltiviamo i prodotti che mangiamo, le falde acquifere, la cui acqua utilizziamo per irrigare i campi e per bere, e l’aria che respiriamo.

La speranza non muore mai

Nonostante ciò, però, la Campania può ancora ambire a ritornare quella di un tempo ma ci vuole la volontà politica di cambiare il verso  e l’assunzione di responsabilità da parte della società. Bisogna mettere insieme le competenze e saper cogliere l’aiuto che ci viene dall’Europa finanziando progetti seri che mirino alla risoluzione reale del problema e non solo propagandistica.

Fortunatamente la Campania è anche un territorio dove vivono dei grandi cervelli, che si sono messi a studiare da vicino la salute del territorio e delle persone che ci abitano, ed hanno compreso attraverso gli studi fatti che la soluzione al dramma la può offrire la natura stessa.

Le analisi al territorio

La ricercatrice e docente di genetica Bruna De Felice dell’Università Vanvitelli di Caserta ha spiegato perchè la maggior parte delle malattie siano dovute all’interazione geni ambiente in quanto vi è uno stretto legame tra l’inquinamento ed il microtrascrittoma.

L’ esposizione agli inquinanti produce dei danni a livello genetico e molecolare modificando l’espressione genica del dna facendoci ammalare. Anche quando non alterano la sequenza del DNA questi inquinanti si possono comportare in modo subdolo trasferendo ai nostri figli quei danni genetici. Alcuni bambini nascono infatti già con gravi patologie o malformazioni, o le sviluppano nei primi anni di vita.

Quali possibili interventi?

Come sia possibile bonificare i terreni e disintossicare l’ organismo dagli inquinanti lo hanno spiegato i medici Andrea del Buono ed Armando D’Orta della DD Clinic, Fondazione nata in memoria di Gianluca Sgueglia, che hanno portato i risultati preliminari osservazionali di un loro studio pilota.

I Relatori hanno mostrato i dati confortanti di una sperimentazione effettuata in collaborazione con il Sig. Maurizio Vinci sul trattamento e trasformazione del percolato con l’utilizzo di biotecnologie, praticato su una discarica presente nel territorio siciliano e finalizzato al biotrattamento ed al recupero della componente organica e del percolato mediante l’utilizzo di miscele enzimatiche attivate.

Queste biotecnologie permettono la messa in sicurezza del territorio in quanto sono in grado di prevenire, contenere ed eliminare gli effetti inquinanti causati dalle fermentazioni putrefattive del percolato e del biogas. L’intervento ha prodotti dati di grande efficacia.

Il tema della fitodepurazione è stato completato da ulteriori dati che mostravano come attraverso l’applicazione di biotecnologie vegetali ed enzimatiche sia possibile curare la salute dei terreni e soprattutto chelare i metalli tossici.

Una terra buona porta ad una buona tavola

Un terreno sano, inoltre, è in grado di donarci prodotti che presentano fitonutrienti specifici per chelare i tossici dell’ambiente nel quale vengono coltivati e questo ulteriormente migliora la disintossicazione dei soggetti residenti in aree a rischio.

In sintesi, un’alimentazione disintossicante con prodotti provenienti da terreni salubri, coltivati in aree a rischio insieme ad uno stile di vita positivo, sono in grado di cacciare fuori dal nostro organismo gli inquinanti che, accumulandosi, possono far insorgere patologie tumorali e degenerative, grazie alle fitoalessine e chelatine che bloccano quei geni che, se attivati, potrebbero farci ammalare.

In verità è cosa già nota, è ciò che si fa da sempre con le donne gravide alle quali viene somministrato l’acido folico, un derivato dalle foglie di spinaci, per ridurre il rischio di spina bifida nei neonati.

La fitodepurazione, anche se noi continuiamo ad ignorarla, è già una realtà in altre regioni e continenti come ha dimostrato Alfonso Curreri, Bio Architetto che gira il mondo bonificando territori inquinati.

Un futuro finalmente ecosostenibile

Sposando in pieno il messaggio della Fondazione e dell’ Ente Parco, ha mostrato costruzioni alte 6 piani in canapa e bambù, antisismiche, create su terreni dove sotto c’è la morte. Il bambù è antincendio, non ha bisogno di aria condizionata, è economico ed antisismico.

“Bisogna iniziare a parlare con coscienza, conoscenza e cultura. In Ecuador sono crollate le case in ferro e cemento ma non quelle in bambù. Anche il sughero non prende fuoco. I ricercatori italiani hanno tirato fuori dalla barba delle cozze una colla ecologica 172 volte più forte dell’attak. Abbiamo depurato un fiume in Vetnam. Ho fatto delle pitture ecologiche con la caseina. Basta studiare. Dobbiamo dare soldi alla ricerca, abbiamo degli ottimi cervelli in Italia però vanno all’estero. Sappiamo fare ma non abbiamo soldi. Siamo delle Cassandre non ascoltate. La storia si fa con la ricerca.”

Anche il Dott. Antonio Crescenzo, Presidente dell’Ente Parco Regionale del Sarno, si è mostrato sensibile alla causa della Fondazione, una sensibilità acuita anche dalla sua professione di oncologo: “I parchi sono aree di notevole estensione e rappresentano una risorsa turistica, economica e culturale ma finchè avremo solo briciole non potranno mai competere con aziende con spirito imprenditoriale. il primo ostacolo sono i finanziamenti.”

I lavori si sono conclusi con un protocollo d’intesa siglato da tutti i relatori, che avrà come fine la messa a punto di un metodo applicativo, replicabile in altri territori dove l’ambiente necessita attenzione.

Il programma d’azione di riqualificazione e bonifica

Il metodo consiste nell’applicazione, su un numero significativo di soggetti, della stessa procedura seguita negli studi portati avanti dalla Fondazione su alcune famiglie campane a cui, tramite l’analisi del capello, sono stati rilevati gli inquinanti presenti nel loro corpo.

In base al tipo di inquinante presente, sarà consigliato uno schema alimentare chelante che preveda l’utilizzo di determinati alimenti che hanno la facoltà di legare gli inquinanti ed espellerli dal corpo.

A tal proposito la fondazione ha già formato 60 nutrizionisti in grado di applicare l’alimentazione chelante. Dopo 60 giorni, si ripete l’analisi del capello e si misurano nuovamente gli inquinanti.

Un trattamento simile va fatto ai terreni dove, individuato il tipo di inquinante, si procede alla bonifica attraverso l’utilizzo di piante, enzimi e batteri in grado di chelare la tossicità. E la canapa si presta molto bene a questo tipo di intervento.

Un ulteriore aspetto importante della ricerca è stato capire che le piante, a differenza dell’uomo che è libero di emigrare da terreni inquinati, per difendersi sviluppano delle molecole che le proteggono e l’uomo, mangiando quelle molecole protegge la propria salute.

Questo è anche uno dei motivi di base per il quale ogni individuo dovrebbe consumare i prodotti del proprio territorio. Un esempio su tanti la mela annurca, tipica varietà campana, che, essendo naturalmente ricca di pectina, ci aiuta ad espellere mercurio dal nostro organismo evitando che faccia danni.

Una preoccupante previsione demografica

Secondo il prof. Emilio Mortilla, Presidente dell’ Ageing Society – Osservatorio Terza Età, la nostra società nei prossimi anni dovrà il grave problema legato all’invecchiamento della popolazione composta in maggior parte da persone over 65, che non procreerà e non lavorerà.

Ma l’aspettativa di vita non è sinonimo di longevità. Sono pochi infatti coloro che riescono ad invecchiare in buona salute, mentre la maggioranza presenta problemi cronici e questo significa maggiore fragilità e invalidità.

La nostra longevità è scritta nei geni, ma questi non riusciranno mai ad evitare le prime 10 cause di morte. 500.000 morti ogni anno per inquinamento dimostrano che l’ambiente incide fortemente sulla qualità e l’aspettativa di vita.

Tenersi in forma per migliorare le chance di vita

Il potente strumento per mantenerci in salute è l’alimentazione ma l’ambiente, inteso come acqua aria e suolo, incide sugli alimenti, ed il cibo da farmaco più efficace, per contro, può essere il veleno più lento e mortale che possiamo assumere.

Se vogliamo vivere più a lungo, ma allontanando le disabilità, la nostra scelta è nel non alimentare il nostro organismo con l’immondizia che una informazione tossica ci propone.

Ma, come ha sottolineato il dott. Gaetano Barchetti, esperto in ecologia, la soluzione del problema passa anche per la gestione di tutta la filiera del rifiuto. Partendo dalla sua origine e passando per la detenzione, la trasformazione e lo stoccaggio ad impatto zero, il rifiuto  può essere riutilizzato e rimesso sul mercato, creando nuovi posti di lavoro.

La Politica scende in campo

Anche il Presidente della Commissione speciale della Terra dei Fuochi, Giampiero Zinzi, ed il consigliere regionale Severino Nappi si sono resi disponibili insieme con la Fondazione.

La politica dovrebbe prender atto della devastazione che è stata compiuta e, anche da un punto di vista morale, mettere mano ad una programmazione reale sul tema del recupero di questo territorio che parta dal recupero della salute, dell’ambiente, del lavoro e della crescita di quest’area.

Ad oggi non c’è un euro investito per l’inquinamento delle falde acquifere in atto e tutto è affidato al potere dei droni. Nel 2019 la Campania avrà 2 miliardi e 300 mila euro di investimenti in meno.

Pertanto, sarebbe ora che la politica valutasse come investire i fondi europei tra il 2021-2027 messi a disposizione della regione Campania. Sarebbe un modo per risarcire, le persone che si sono trovate a vivere un dramma, vittime di qualcosa di cui non sono responsabili.