Essere capaci e liberi di studiare il passato dell’attuale classe politica è, forse, il primo passo verso un cosciente inserimento dell’individuo in democrazia. Forse è questa la chiave, prendere coscienza del proprio passato, del parto politico che diede alla luce quella che i giornali definirono la “Seconda Repubblica”. Tra le pagine della sentenza Trattativa Stato-Mafia, redatta dalla Corte d’Assise di Palermo, questo scavo a ritroso c’è e sembra portare alla luce l’infernale ricatto che ha fatto scattare un sistema collusivo senza precedenti, portando lo Stato a trattare con l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra. Non voglio riempire queste righe dell’intera ricostruzione della Trattativa, ma bensì evidenziare il contributo che ha dato alla nascita e alla vita della Seconda Repubblica.

La legge dopo le stragi

Nel ’91 Riina, per far fronte all’attacco sferrato dalla magistratura con il maxiprocesso a Cosa Nostra, decide di cominciare una vera e propria guerra con lo Stato tramite un’azione stragista. 12 marzo ’92 omicidio del parlamentare DC Salvo Lima. 23 maggio, strage di Capaci, omicidio del dott. Giovanni Falcone e della sua scorta. Pochi giorni dopo quest’ultimo attentato l’allora capitano del Ros Giuseppe De Donno proverà a mettersi in contatto con Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e noto mafioso.

De Donno e l’allora generale Mario Mori, si recano da Ciancimino con l’obbiettivo di avviare una trattativa con i vertici di Cosa Nostra (Riina e Provenzano) col fine di arrivare alla cessazione delle stragi mafiose. De Donno nel processo affermerà che, sia lui che Mori, erano in veste di rappresentanti dello Stato.

Dei loro incontri non verrà mai data alcuna informativa all’Autorità Giudiziaria, non verrà detto nulla nemmeno a Paolo Borsellino, che Mori e De Donno incontreranno il 25 giugno 1992 alla Caserma Carini di Palermo. Lo Stato comincia a trattare con Cosa Nostra e, successivamente all’inizio di questa mediazione, vi saranno provvedimenti che sembrano essere quasi doni alle organizzazioni criminali. Il primo regalo avviene il 15 gennaio del ’93. Riina viene arrestato e l’allora Procuratore Gian Carlo Caselli non vede l’ora di poter mettere le mani nel suo covo, in cui vi dovrebbero essere documenti di primissima rilevanza. Il Ros consiglia però a quest’ultimo di aspettare per la perquisizione, in modo tale da poter riuscire a catturare anche i vari complici di Riina che si recheranno lì per svuotarlo, Caselli accetta fidandosi della professionalità di uomini come Mori e De Caprio (allora Ultimo). Il covo, dalle ore 16 di quel giorno, sarà totalmente incustodito dal Ros, verranno mandati via gli uomini e spente le telecamere. Il risultato è tragicomico: i mafiosi non solo faranno sparire tutti i documenti di Riina, ma avranno anche il tempo di ridipingere tutte le pareti del bunker. E questo potrebbe ancora non essere niente. Ad un anno dalle morti di Falcone e Borsellino, l’allora governo Amato revocherà il carcere duro a ben 455 boss, prima nell’aprile del ’43 revocando il 41bis a 121 mafiosi considerati di piccolo calibro e, successivamente, a novembre non rinnoverà il 41bis a ben 334 membri di Cosa Nostra, tra i quali figurano molti boss di spicco dell’organizzazione. Uno schiaffo in faccia alla memoria e una riduzione di pena per boss che fanno ancora parte del nostro quotidiano.

La Natività

Comincia con le ceneri di Tangentopoli, del maxiprocesso e la trattativa tra Stato e Mafia la celebre Seconda Repubblica. La speranza di lasciar indietro quel passato di corruzione ed inciuci fiorisce nella mente e nel cuore degli italiani.

Così come la Sacra Natività è contornata dai volti di Gesù, Maria e Giuseppe, anche la nuova Repubblica ha delle facce emblematiche: Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. Sì, perché l’inizio della Seconda Repubblica è sempre associata alla scesa in campo del Cavaliere con il suo neo-movimento politico Forza Italia, in quanto Berlusconi riuscirà a monopolizzare il palcoscenico politico per molti anni, mantenendo un ruolo cruciale anche nell’odierna legislatura.

La sentenza Trattativa si allarga fino a questa “Natività politica”? Assolutamente sì. Marcello Dell’Utri è stato condannato poiché referente politico di Cosa Nostra, avente il compito di “messaggero” tra i vertici di Cosa Nostra e l’allora Capo del Governo Silvio Berlusconi. Sappiamo, inoltre, grazie alla sentenza della Cassazione, che dal ’74 al ’92 c’è stato un patto tra il Cavaliere e i vertici delle famiglie di Cosa Nostra. Cos’altro conosciamo? Sappiamo che Giovanni Brusca, noto esponente mafioso, faceva arrivare a Berlusconi, tramite Vittorio Mangano e Dell’Utri, richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura concernente, soprattutto, la legislazione penale in materia di lotta alla criminalità.

Queste richieste verranno mai soddisfatte? Questo non possiamo saperlo con certezza, ma possono essere analizzati diversi interventi, da destra e da sinistra, che lasciano parecchi dubbi sulla risposta.

Nel ’95 viene abolito l’articolo che prevedeva l’arresto in flagranza del testimone reticente, ideato da Falcone. Nello stesso anno il Governo Berlusconi approva un’ulteriore norma: per i reati di mafia l’arresto prima della sentenza passa da obbligatorio a facoltativo. Nel ’98 verrà chiuso il carcere dell’Asinara, il quale veniva usato dal 1992 per i crimini di mafia, un fortino in cui era soffocato il volere dei mafiosi.

Nello stesso anno verrà chiuso anche quello di Pianosa. Nel 2000 a mettere le mani sulla legislazione antimafia è Giorgio Napolitano, anche lui citato nel processo Trattativa per una sua conversazione con Nicola Mancino, anch’egli imputato e assolto. Napolitano si adopererà per mettere regole ai pentiti, diminuirà loro benefici e sconti di pena e in più avranno a disposizione solo 180 giorni per raccontare all’Autorità Giudiziaria tutta la loro carriera criminale. Un colpo duro a quello che era il centro del “sistema Falcone”.

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 185 Settembre 2018