Era il 18 marzo quando all’indomani del lockdown in Spagna, dovuto all’impennata improvvisa ma prevedibile del contagio da Covid-19, il re Felipe VI affermava: “Questo virus non ci vincerà, ci renderà più forte come società”. Allora erano 14mila i contagiati, 598 i morti, numeri che la sola Lombardia riusciva addirittura a battere. Oggi che Italia e Spagna viaggiano, ahimè, su cifre analoghe che non fanno onore alla memoria di ogni singola vita spezzata, occorre gettare lo sguardo in ciò che succede nella terra di Don Chiosciotte e comprendere come si cerca di lottare contro il mulino a vento del Coronavirus.

Io mi trovavo in erasmus a Madrid, vero e proprio focolaio con circa un terzo dei casi dell’intero Paese, e a Madrid ho deciso di trascorrere la quarantena per rispettare con rigore le raccomandazioni del governo. In un clima surreale ho potuto osservare da vicino il crescendo di preoccupazione e di dolore che ha travolto la nazione, ma mai gli spagnoli hanno perso la loro voglia di fare comunità; ogni giorno alle 20 si sta sui balconi ad applaudire gli operatori sanitari che prestano lavoro per l’emergenza, un momento che diventa anche l’occasione per scambiare qualche chiacchiera col vicinato, cantare insieme, alleviare il morale gli uni con gli altri, finanche rivendicare istanze politiche come quella accompagnata dal coro “Sanidad Publica”.

Inoltre, la mancanza del sistema delle autocertificazioni ha evidenziato una forte responsabilità della cittadinanza, sebbene ci sia stata una colpevole sottovalutazione iniziale, anche quando ad inizio marzo l’Italia versava già in stato d’allerta. Tant’è vero che, nonostante i primi contagi, è stato concesso lo svolgimento della celebrazione dell’8 maggio, la festa della donna che nella sola capitale ha visto la partecipazione di quasi 200mila persone. Intanto, proprio lo scorso martedì 26 aprile il Presidente del Governo Pedro Sanchez ha comunicato alla nazione il “Plan para la Transición hacia una Nueva Normalidad” con un programma “asimmetrico” attraverso 4 fasi, che tenga conto delle specificità territoriali delle singole comunità autonome (le nostre regioni).

L’idea è che ogni due settimane, che corrispondono ai tempi di incubazione del virus, venga valutato per ogni regione l’eventuale raggiungimento dei requisiti che permettano la transizione alla fase successiva. Se ciò non avviene i requisiti verranno nuovamente rivalutati dopo due settimane. In questo modo il passaggio tra regioni (chiaramente motivato da giusta causa) è consentito solo verso quelle comunità che si trovano nella medesima fase. Tre sono i principali indicatori per poter passare al nuovo step: le capacità strategiche del sistema sanitario, la situazione epidemiologica nell’area, l’attuazione di misure di protezione collettiva in negozi, trasporti, centri di lavoro e in qualsiasi spazio pubblico.

Ogni fase si compone di un programma dettagliato che permette anche di prevedere un’auspicabile “nuova normalità” per fine giugno per quelle regioni che conseguiranno nei tempi tutti i criteri. Nell’attuale fase preparatoria o fase zero, abbiamo l’apertura di locali e stabilimenti su appuntamento per il servizio individuale, nonché il servizio da asporto.

  • Nella fase uno o iniziale, potranno riprendere le attività commerciali in condizioni di sicurezza rigorose, ad eccezione dei centri commerciali; vengono riaperte le attività di culto con capienza ridotta a un terzo.
  • Nella fase due o intermedia, lo spazio interno dei locali sarà aperto solo per il servizio al tavolo, con scrupoloso distanziamento e capacità ridotta a un terzo.
  • Nella fase tre o avanzata, la mobilità generale sarà resa più flessibile, sebbene sarà mantenuta la raccomandazione di utilizzare la maschera fuori casa e sui trasporti pubblici.

Il presidente Sanchez ha dichiarato più volte di aggiornarsi con continuità con il nostro presidente Conte e di ammirare e prendere d’esempio come il governo italiano abbia fronteggiato la situazione soprattutto nella fase iniziale. Eppure questo piano a leggerlo adesso sembrerebbe più efficace nella gestione territoriale rispetto l’equivalente programmazione di ripresa italiana, nonostante parliamo di un paese con il medesimo sistema di welfare mediterraneo. Non va sottovalutato l’impatto che avrà la possibilità di prevedere le tempistiche, tramite i dettagliati indicatori del Plan de Transiciòn, sulla crescita della fiducia economica e sociale dei cittadini, sostenendo così una miglior ripresa. C’è forse da chiedersi se il clima politico italiano non abbia favorito una più profonda riflessione per fronteggiare l’emergenza, al di là dei colori politici, in uno scenario confuso tra un’opposizione populista e un governo timoroso. C’è forse da chiedersi se il vero problema dell’Italia sta in quel modo tutto italiano di gestire le questioni con superficialità e alla meno peggio. C’è forse da interrogarsi, rileggendo il Cervantes, se siamo noi italiani il nostro stesso mulino a vento.

di Fulvio Mele
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

 

Print Friendly, PDF & Email