La povertà alimentare, problema atavico acuito dal Covid

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La povertà alimentare è l’incapacità delle persone di ottenere alimenti sicuri, nutrienti e in quantità sufficiente per una vita sana e attiva; tale definizione fu elaborata dalla FAO (Food and Agriculture Organization), durante il World Food Summit del 1996.  Vi sono quindi quattro condizioni che determinano la sicurezza alimentare: disponibilità, accessibilità, utilizzabilità e stabilità del cibo.

Nei paesi in via di sviluppo sono manchevoli, nei paesi sviluppati, invece, le problematiche di tipo alimentare coinvolgono innanzitutto la condizione economica e, a seguire, il corretto utilizzo degli alimenti; di fatti, i problemi sono riconducibili a una iniqua distribuzione delle risorse alimentari. Ciò è definito il “paradosso della scarsità nell’abbondanza”, ossia l’impossibilità di alcune fasce della popolazione di accedere a risorse adeguate al proprio sostentamento nonostante la (sovra)abbondanza di alimenti all’interno del contesto in cui vivono.

Al pari degli Stati Uniti d’America, anche l’Europa, come indicato dall’Ocse, sperimenta tale paradosso: l’abbondanza dovrebbe permettere di sconfiggere la scarsità più agevolmente anche in virtù degli investimenti pubblici. Tuttavia, nonostante l’impegno finanziario che le crisi economiche riducono, compromettendo ulteriormente la situazione, ciò che si riscontra è soprattutto l’incapacità delle decisioni economico sociali rapportarsi alle persone più bisognose.  Le cause di tale incapacità risiedono sia nelle diverse sfaccettature della povertà, che necessità di interventi multidimensionali, quali l’educazione, la sanità, il lavoro e psico-sociali, quanto nella difficoltà di indirizzare correttamente le risorse messe a disposizione. Se è vero che le politiche di contrasto della povertà richiedano l’ingente impegno dei governi e delle amministrazioni pubbliche, è altrettanto indubbio che le organizzazioni più efficaci sono quelle non burocratiche, non profit, di solidarietà sociale. In termini operativi, il potenziamento di questa risposta sussidiaria richiede una ripartizione dei ruoli tra: istituzioni pubbliche a cui spetta il ruolo normativo, finanziario; imprese a cui che realizzavano azioni concrete di responsabilità sociale; organizzazioni non profit che hanno il compito di limitare la deprivazione materiale e relazionale anche  mediante il fund raising rivolto a tutte le persone fisiche e giuridiche disponibili a versare contributi economici a favore di uno specifico fondo di solidarietà alimentare. Altro aspetto essenziale è il fattore tempo capace di incidere sia sui percorsi individuali che conducono alla povertà sia sulla efficacia degli interventi messi in atto per contrastare le situazioni di povertà; più lenta è la macchina degli aiuti tanto più ampie diventano sia le difficoltà delle famiglie sia la quantità di risorse economiche ed umane da impiegate per contrastare la situazione. Questa rete di attività ha una capacità di risposta al bisogno particolarmente mirata, capace di affrontare il problema alimentare e di creare relazioni fiduciarie indispensabili giacché tra le cause della povertà c’è infatti la solitudine, che richiede forme di aiuto materiali capaci di generare anche nuovi rapporti personali e sociali. Una opportunità positiva è il fenomeno delle banche alimentari (food banks), cioè ad organizzazioni non profit specializzate nella raccolta delle eccedenze produttive delle imprese e degli agricoltori e nell’impiego diretto o indiretto rivolto alle famiglie in difficoltà. I “banchi alimentari” rappresentano l’invenzione sociale che trasforma i beni sprecati, perché in eccesso di offerta ad un prezzo pari a zero, in beni con un valore d’uso positivo per le persone i cui bisogni alimentari di sussistenza sono invece razionati. La ben nota dialettica sfida-risposta, che sta alla base di tutte le innovazioni, si è qui imprevedibilmente tradotta in una soluzione costruttiva grazie al realismo, alla carità, al senso di giustizia e solidarietà di alcuni.

Il Rapporto Caritas 2018 evidenziava che le richieste più frequenti erano quelle relative a beni e servizi materiali (pari al 62,1% nel 2017) e che all’interno di questa categoria prevalessero le richieste di pacchi viveri (44,3%), seguite dalle domande di vestiario (27,6%) e di accesso alle mense (27,2%).  Invero, secondo dati ISTAT, nel 2018 4,6 milioni di individui si trovavano in povertà assoluta, e 8,8 milioni erano in povertà relativa, inoltre, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 10% nel 2019.

Sono dati da avere presenti, perché gli effetti socioeconomici della pandemia incideranno a lungo sull’accesso al cibo di chi già si trova in povertà; si stima che oltre due milioni di famiglie in Italia scivoleranno in povertà assoluta per la crisi economica inasprita dalle misure di contenimento del Covid-19.

Dall’inizio delle pandemia al mese di giugno 2020, il Banco Alimentare ha dato assistenza a 2,1 milioni di persone, contro gli 1,5 milioni prima della situazione pandemica; insomma, un incremento di quasi il 40%. di aiuti alle persone di 226 fra COC e Comuni Italiani, ed ancora, perciò che concerne i trasporti sia per ritirare che trasferire i prodotto trai i banchi alimentari, a fine luglio sono stati calcolati circa 490 trasporti tanti quanti come quelli di tutto il 2019. Tra le categorie più deboli degli indigenti si contano 455mila bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi 200mila anziani over 65 e circa 100mila senza fissa dimora. Particolarmente preoccupante in questo senso è il fenomeno dei cosiddetti working poor, persone che pur lavorando, a causa della saltuarietà dell’attività svolta e/o dell’insufficienza della retribuzione percepita, non sono in grado di acquistare alimenti adeguati al sostentamento personale o del proprio nucleo familiare. Lavoratori poveri che, per evitare di essere sfrattati o vedersi chiudere le forniture di gas e luce, scelgono di pagare affitti, mutui e bollette restando tuttavia senza risorse per acquistare generi alimentari di prima necessità.

Appare evidente che il Covid-19, ha solamente acuito il problema endemico della povertà alimentare. Essa, come mostrato, è connessa alla povertà economica ma bisogna avere in considerazione anche l’aspetto culturale: le famiglie più povere mangiano peggio, e preferiscono cibi meno salutari ma non a causa di prezzi e disponibilità economiche ma per mancanza di istruzione o per abitudine. Quando queste famiglie hanno più disponibilità di reddito spendono di più ma aumentando la quantità dei prodotti, non la qualità.

In tal caso, è possibile compiere un distinguo tra:
  • la povertà alimentare relativa che non comporta la fame, ma non consente l’acquisto  dei prodotti migliori, più salutari, più freschi ed è molto diffusa anche in Italia e ha conseguenze pesanti: maggiore domanda per produzioni di scarsa qualità e non attente all’ambiente, danni per la salute individuale;
  • la povertà culturale, ossia che colui che non ha una buona cultura manca anche di una sufficiente educazione alimentare, acqistando prodotti spazzatura non perché non se li può permettere ma perché non ha conoscenze o sensibilità adeguate.

Spesso la povertà culturale è associata a quella economica, ma è anche vero il contrario: ci sono i ricchi ignoranti che, quindi, non sanno seguire adeguati stili di vita.

Sarebbe necessario che la cultura acquisisse nuovamente fascino, che sia appetitosa e messa nelle condizioni di poter essere d’ausilio nelle scelte delle vita anche in quelle alimentari.

di Salvatore Sardella

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