La possibile genesi di COVID19: I giochi militari di Wuhan e la Fiera di Guangzhou

96
informareonline-covid-19 (2)
Pubblicità
Finalmente dopo poco meno di tre mesi circa di chiusura forzata a causa dell’emergenza sanitaria da COVID-19, sembra possibile una seppur graduale riapertura al pubblico di bar, ristoranti, tavole calde, saloni di bellezza e parrucchieri e comunque non in tutte le regioni dipendendo ciò dai dati del monitoraggio delle curve epidemiologiche regionali condotto in questi giorni dal Ministero della Salute.

Probabilmente oggi, 14 maggio, verranno rese pubbliche queste rilevazioni e dunque le amministrazioni regionali potranno pianificare la riapertura delle attività, per la quale riapertura molti titolari stanno già predisponendo i propri locali, ovviamente tra mille difficoltà operative e logistiche anche in considerazione del fatto che il virus resta, nonostante tutto, ancora parzialmente sconosciuto in ordine alle capacità e modalità di contagio. Ed infatti ancora oggi si stanno valutando le possibili genesi della malattia originatasi a Wuhan, la metropoli cinese di ben undici milioni di abitanti, ormai tristemente conosciuta in tutto il mondo come punto geografico da cui è partita la terribile pandemia di coronavirus che ha lasciato una lunga scia di morti, di paura e sofferenza. Eppure pochi sapevano che nella stessa città, dal 18 al 27 ottobre del 2019, si erano svolti i giochi militari che hanno coinvolto squadre sportive provenienti da tutto il mondo. In quell’occasione, per ragioni di ordine pubblico, il governo cinese ordinò la chiusura (dal 15 ottobre) di oltre cento fabbriche del territorio. In quella stessa data, a novecento chilometri più a sud, nella città di Guangzhou – una megalopoli di 44 milioni abitanti – si inaugurava la centoventicinquesima edizione della Fiera di Canton. Un appuntamento che, in virtù di una possibile ripresa economica mondiale, ha registrato 195mila visitatori in rapporto ai 48mila dell’edizione precedente. Gli eventi di Wuhan e Guangzhou hanno favorito la circolazione di un altissimo numero di presenze nel paese del Dragone, che ha accolto visitatori provenienti da ogni parte del mondo. Le manifestazioni hanno chiuso i battenti agli inizi di novembre e già nella città di Wuhan molti atleti hanno accusato gravi malori respiratori che li ha visti costretti a restare in casa per molti giorni. Malori accompagnati da polmoniti atipiche che alcune settimane dopo sono state riscontrate anche in altri paesi in coincidenza con il rientro agli inizi di novembre di moltissime delegazioni commerciali dalla Cina. Ma come ormai tutti sappiamo i sospetti di una nuova malattia si sono concretizzati soltanto a dicembre, quando le autorità sanitarie cinesi hanno informato l’OMS di aver scoperto la causa di una lunga serie di gravi infezioni respiratorie, per le quali però si è dovuto attendere ancora il 7 gennaio per la conferma ufficiale, e solo dal 20 gennaio l’adozione di drastiche misure di contenimento, il tutto generando una serie di critiche internazionali per il buco di tredici giorni. Periodo che ha offerto la possibilità ad oltre cinquantamila persone di lasciare la città e potenzialmente di propagare il virus. Una mancanza che secondo molti è stata decisiva per far pendere la lancetta dei contagi e dei decessi verso l’occidente i cui paesi, con Stati Uniti in testa, non hanno risparmiato aspre critiche al regime del Dragone, accusando proprio i giochi militari e la Fiera di Guangzhou di essere stati favorevole veicolo per la propagazione del nuovo coronavirus che ha fatto la sua prima comparsa nel mercato degli animali vivi di Wuhan. Luogo questo noto per le scarse condizioni igieniche e per la promiscuità dell’uomo con animali vivi e morti, ma anche famoso quale curiosa attrattiva turistica per i visitatori occidentali; come lo sono i mercati di Taiwan, di Singapore, Hong Kong, Bangkok, Guangzhou e di gran parte dell’Asia. 

Questi mercati tendono ad essere un habitat favorevole al salto di specie di possibili virus, ma stimolano anche spunti di riflessione che potrebbero indurre a pensare che il virus stesso non sia stato portato fuori dal mercato solo dai cinesi (che lo frequentano per le proprie esigenze alimentari), ma anche da turisti e viaggiatori troppo curiosi, che spesso non disdegnano i sapori e gli odori forti delle antiche tradizioni cinesi. Questo terribile virus è certamente la conseguenza di usi e costumi poco ortodossi per un paese moderno come la Cina, ma non è da escludere che alla sua diffusione abbia contribuito anche qualche turista occidentale troppo curioso, aprendogli, involontariamente, la strada verso Ovest provocando quell’allarme sanitario, peraltro non ancora cessato, che ha portato alla chiusura praticamente di tutto il mondo. Ora al momento della possibile riapertura, si aggiunge un altro allarme legato ai rischi indotti nell’esercizio delle rispettive attività. Infatti, i datori di lavoro potrebbero rischiare addirittura un processo penale nel caso in cui un loro dipendente si ammalasse di COVID-19 sul posto di lavoro. E a rischiare non saranno solo i furbi o i negligenti ma anche quelli che hanno diligentemente posto in essere tutte le misure necessarie dettate dai protocolli di sicurezza del 14 marzo e del 24 aprile 2020 per contrastare e contenere la diffusione della malattia. E questa situazione, se non opportunamente chiarita – come sottolineato da Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro: «È un problema non da poco che rischia di bloccare la riapertura di molte piccole e micro aziende intimorite da questo rischio. Riterrei urgente avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma» – effettivamente porterà ad una situazione di ulteriore caos.

Pubblicità

 

di Bruno Marfé e Mario Volpe

Print Friendly, PDF & Email
Pubblicità