La percezione della sicurezza: una dimensione che merita attenzione

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Oggi il termine “sicurezza” è onnipresente e forse anche purtroppo banalizzato in riferimento ad una sterminata serie di accadimenti che catturano l’attenzione del cittadino mondiale: dalla sicurezza alimentare a quella sui luoghi di lavoro, fino ad arrivare a quella cyber.

E mai più di prima invece ci sarebbe bisogno di riportare lo stesso concetto di sicurezza ad un piano più culturale, e riflettere su quanto invece sia la precondizione per vivere una vita decente in una società aperta e cosmopolita.

Tale esigenza sembra quasi minata ciclicamente da nuovi fenomeni che letteralmente occupano la scena mondiale. Non da ultimo l’emergenza mondiale causata dal coronavirus che con 170 morti del 7700 casi di contagio ufficialmente riconosciuti in 19 paesi – iniziata da Wuhan, città di 11 milioni di abitanti della Cina centro-orientale ora in quarantena – è diventata sempre sentita su scala internazionale superando i casi precedenti di SARS (2003), MERS (2012) ed Ebola (2014). Quindi sentita è la necessità di una forte sinergia tra politiche sanitarie nazionali e protocolli internazionali soprattutto in risposta a tutte le ripercussioni che possono scaturire sulle relazioni tra gli stati e sui mercati di tutto il mondo. Per questo sembrerebbe d’obbligo l’interrogativo: come dovrebbero cambiare o come devono essere integrati gli approcci internazionali e i sistemi di governance rispetto alle minacce globali?

Eppure dopo l’11 settembre il terrorismo è diventata la minaccia per eccellenza che ha davvero cambiato ma per fortuna mai fermato la vita dei cittadini nel mondo. Le trasformazioni che hanno avuto luogo nel sistema internazionale ci devono far riflettere sulla portata di numerose regole per cercare di rivedere anche il cosiddetto “sentiment d’insécurité” e cioè quel processo di lettura del mondo circostante. Un sentimento che si coglie tra i cittadini come un insieme di stati d’animo originati non solo dai crimini e dai loro autori ma anche da fenomeni che negli ultimi anni stanno accadendo su scala mondiale: incendi, grandi esondazioni. Una preoccupazione che è spesso l’elaborazione e non l’espressione diretta dell’esperienza personale dell’essere vittima.

Forse siamo attraversati e raggiunti da troppe notizie, da una ridondanza di informazioni diverse da quelle vere, dalle fake? Credo che questo tema meriti un approfondimento a parte. Quindi cosa fare?

Le sentiment d’insécurité si può rafforzare. Tuttavia ciò è possibile attraverso una interpretazione soggettiva e non una lettura oggettiva della realtà, attraverso lo studio e la conoscenza. Senza smettere mai di essere curiosi e di imparare. Infatti proprio all’origine della paura, più dei crimini e di ciò che avviene in senso proprio, vi sarebbe un complesso di comportamenti incivili e devianti che ultimamente sono manifestati dall’uomo – sensation seeker – i cui aspetti costituzionali individuali sono stati messi in rilievo anche dalle neuroscienze. 

Ed allora in conclusione l’esortazione è quella interrompere un circolo vizioso che esiste tra ignoranza ed insicurezza nel senso che quanto più cresce l’ignoranza tanto più cresce la sensazione di insicurezza. Ovviamente questo circuito non è constatabile sempre ma è molto probabile in determinate circostanze e soprattutto in situazioni caratterizzate da una vulnerabilità oggettiva. Insomma l’attuale organizzazione mondiale del sapere si trova di fronte a nuove sfide dettate da condizioni che cambiano velocemente e che la sottopongono ad altrettante fasi di ridefinizione. 

Ed allora una cosa è certa, credendo sul fatto che l’incertezza è reale in quanto percepita è senza che essa sia contrapposta alla insicurezza reale è necessario evitare che essa diventi il “carburante” per le azioni dei diversi attori della scena mondiale – politici e istituzionali – che la utilizzano per le proprie attività piuttosto invece pensare di comprenderne sempre più gli aspetti che la caratterizzano per cercare di risolverla.

 

di Antonio Di Lauro

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