La questione curda, spesso sconosciuta all’opinione pubblica fino a poche settimane fa, arriva al centro del dibattito sui media dopo l’invasione turca del Kurdistan siriano.

Se ne è parlato a Napoli, al Maschio Angioino, in occasione della proiezione del film “Nujin- La nuova vita”, promossa dal Festival del Cinema dei Diritti Umani e dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo. Il documentario ritrae la quotidianità dei guerriglieri curdi e in particolar modo di tre donne arruolate nelle YPJ, le unità di difesa femminili. Il film è stato girato durante la resistenza contro l’Isis a Kobane, proprio in quella parte del Kurdistan siriano che subisce oggi l’aggressione turca. Il suo regista è Veysi Altay, giornalista, fotografo e documentarista curdo, che ha pagato il coraggio di voler raccontare la verità con una condanna a due anni di carcere da parte del regime di Erdogan, con l’accusa di propaganda terroristica.

Dopo la proiezione del film è lui stesso a parlarci della situazione che sta vivendo il suo popolo, in un collegamento video da Istanbul, da dove non può muoversi in attesa che la polizia turca lo prelevi. Per quanto il primo nemico dei curdi ad oggi sia indiscutibilmente la Turchia, le parole più dure, Altay, le rivolge contro l’Europa.

«I curdi non sono tanto arrabbiati con la Turchia quanto lo sono con l’Europa» afferma, accusando l’Ue di una mancata risposta di fronte alla violenza turca.

Ci spiega il motivo di questo rancore ricordandoci i numerosi attacchi terroristici subiti dall’Europa, che deve alla resistenza curda contro l’Isis la sua ritrovata tranquillità. Nonostante ciò, ribadisce il regista, nessuno alza la voce contro Erdogan.

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Silan Ekinci

A fare da interprete all’autore del film è Silan Ekinci, rappresentante curda dell’Ufficio Informazioni del Kurdistan in Italia. Con lei abbiamo parlato dell’eccezionale emancipazione delle donne curde, evidenziata nel documentario, in un contesto culturale in cui la figura femminile è ancora privata di quasi ogni diritto. «Le donne hanno acquistato autonomia dopo la nascita del PKK – il Partito dei Lavoratori del Kurdistan – grazie alla filosofia del nostro leader, Abdullah Öcalan» ci racconta citando le parole del rivoluzionario noto anche come Apo, riprese dal popolo come slogan: una società in cui la donna non è libera non sarà mai libera.

«Noi siamo cresciuti con la forza che Öcalan ci ha dato, con l’uguaglianza che il PKK ci ha insegnato» afferma.

Ci parla poi dell’esempio di parità fornito dai guerriglieri in ogni ambito della loro vita quotidiana, dal campo di battaglia alla cucina. «Le donne curde hanno un ruolo fondamentale sia nella guerra che nella politica questo perché il nostro popolo non vuole una società di oppressione, antidemocratica. Dobbiamo essere uguali, dobbiamo essere forti insieme, perché stiamo parlando di confederalismo, di parità, di pace, di resistenza, e la resistenza si fa tutti insieme».
Le abbiamo poi chiesto se crede ci sia ancora speranza per un intervento italiano o europeo in difesa del suo popolo. «Noi riponiamo più fiducia nell’Italia che nell’Europa» – afferma – «L’Italia ha detto che avrebbe fermato il commercio di armi con la Turchia – dice riferendosi alle parole del ministro Di Maio – ora aspettiamo che questa promessa venga messa in pratica. Questo è solo il primo passo, però. L’Italia e gli altri Paesi europei devono ritirare l’ambasciatore turco ed intervenire per fermare questa invasione che sta causando molta più morte di quanto pensiamo».

Noi, forse un po’ meno fiduciosi nei confronti del nostro Paese, aspettiamo come lei che la politica mantenga le promesse fatte.

 

di Marianna Donadio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°199
NOVEMBRE 2019

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