riflessione nome cognome

“La, nome, cognome… a volte due!”: la riflessione della Prof.ssa Annamaria Rufino

Redazione Informare 23/02/2024
Updated 2024/02/23 at 2:11 AM
3 Minuti per la lettura

Nel mondo della comunicazione, come in tanti ambiti, stiamo assistendo ad una progressiva apertura al mondo femminile. Con una particolarità in termini di definizione. Parlare di donne, infatti, determina istintivamente una qualificazione specifica e diversa dal parlare di uomini. Normalmente si usa l’articolo determinativo, “la”. Mai accade che, riferendosi ad un uomo, si usi “il”.  Fino a non molto tempo fa, era normale riferirsi ad una donna utilizzando, oltre al nome, il cognome proprio e quello del coniuge, lì dove presente. Una vera e propria forma di attestazione e di legittimazione per essere riconosciuta.

Qualcosa è cambiato certo, ma ancora nel nostro oggi una donna viene nominata altrettanto “necessariamente” con nome e cognome. Per citare un uomo basta il cognome o solo il nome, non essendo necessario rafforzare la sua identità con articolo, doppio cognome o, insieme, nome e cognome. Ancor meno, come dicevo, con l’articolo. Chi sa il perché! Sembra quasi che un uomo goda di un’identità acclarata, certa e inconfondibile, ha un posto certo nel mondo. Al contrario, una donna si può accreditare “solo” rafforzando gli identificativi o, addirittura, i determinativi, appunto con “la”!

Una storia che, soprattutto o esclusivamente nella nostra lingua, dura da secoli, direi da sempre. San Giuseppe è San Giuseppe, Madonna è “la” Madonna. Ovviamente si tratta di un esempio paradossale, eppure non esiste un’altra Madonna, ma i paradossi ci aiutano a capire la normalità. Senza addentrarci nella storia, basti ascoltare la televisione o la radio per annoverare, statisticamente, l’abnorme distanza tra il riferimento alle figure femminili con “la” e  ai soggetti maschili senza, basta il cognome! La presidente del Consiglio, solo per fare l’esempio più frequente, viene nominata con: la, nome, cognome. Lo stesso dicasi, come differenza, per conduttrici o conduttori di programmi, per politici e figure di rilievo.

Non si può negare che per tutti l’abitudine è tale, che, probabilmente, non riusciremmo a “nominare” diversamente. Fa parte della nostra forma mentis.  Ma le parole, le etichette e le parti verbali, come sappiamo, hanno determinato non solo le abitudini, i costumi e la cultura di un popolo, ma anche la Storia. Dunque, occorrerebbe arrendersi? No, abitudini, costume, cultura e Storia possono cambiare direzione: tante volte, appunto nella Storia, è successo, perché non dovrebbe accadere per questo? Probabilmente, la difficoltà del cambiamento deriva dalla stratificazione di una visione della vita dove gli stereotipi si sono tradotti in normalità, di parole, di sguardi, di comportamenti e di pensieri. Una normalità, che, al di là dei nomi o dei cognomi, degli articoli determinativi o delle etichette, ha stratificato discriminazioni, esclusioni e violenze che ancora oggi, soprattutto in Italia, fanno la Storia. Se ne parlerà, sempre normalmente, il prossimo 8 marzo!

di Annamaria Rufino

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