musica cambiata

La musica è cambiata, ma come?

Cristina Siciliano 17/12/2022
Updated 2022/12/16 at 11:19 PM
4 Minuti per la lettura

Ci risiamo. Ancora una volta uno spettro si aggira per l’Europa e il mondo intero. Ed è proprio quello della musica. Passata incolume attraverso il postmoderno che, anzi, ne aveva permesso l’elevazione a un rango superiore dal momento che riteneva degna della medesima considerazione la cultura di massa tanto quanto quella elitaria. Eppure, oggi la musica è cambiata, o sta cambiando.

Sicuramente, la musica non è diventata digitale con lo streaming, bensì quando è arrivato un supporto che ha soppiantato i dischi in vinili e le cassette: il compact disc. In Italia l’inizio di quella che fu a tutti gli effetti una rivoluzione ha una data precisa: il 2 maggio 1983.

Un’altra novità è lo stile sussurrato, il cantato che diventa parlato, per un ascolto intimo in cuffia (e non a caso il coro, che sembrava un elemento essenziale, è sparito).

Inoltre, il cambiamento delle canzoni indotto dalla tecnologia non è affatto una novità: già nel 2012 il cantante dei Talking Heads David Byrne sul mensile Wired pubblicò un saggio che cercava di spiegare come funziona la musica. Ad esempio, nell’epoca medievale, diceva, il giro armonico era ridotto al minimo perché la musica veniva suonata nelle cattedrali dove l’acustica rimbomba, mentre le trombe presero il sopravvento durante l’età del jazz quando si suonava in club affollati di chiacchiere e serviva uno strumento che andasse sopra quel vocìo.

In questo modo, si conferma il famoso adagio del sociologo delle comunicazioni Marshall MacLuhan secondo cui “il mezzo è il messaggio”: insomma, come sempre è la tecnologia a creare l’estetica. La musica è cambiata perché siamo noi ad essere diversi.

Quanto sta cambiando la musica?

La domanda sostanziale è: “Cosa conta di più di questi tempi: cantare e saperlo fare emozionando oppure focalizzare l’attenzione su altri elementi scenici che compongono in qualche modo la performance?”. A quanto pare, la musica italiana sta seguendo il trend della musica che viene dall’altra parte del mondo. Fare spettacolo, prima di tutto, che per carità è importante, e poi badare alla musica, al testo, alla canzone. Il contorno, il dettaglio, sembra ormai essere sempre più importante.

Anche il mercato discografico, diventato negli anni scorsi un luogo di agonia e di continue lamentazioni, è tornato in auge. Tutto questo è interessante soprattutto per una questione puramente numerica. Il motivo è semplice: tutto questo dipende soprattutto dal funzionamento redditizio del meccanismo dello streaming. L’ascoltatore musicale è ormai è diventato simile allo spettatore televisivo.

La musica è cambiata: una nuova proliferazione

Questa proliferazione sta cercando di dare spazio ad artisti che hanno lavorato nell’ombra ma sta anche creando una saturazione nel settore musicale. In questo modo, grandi artisti e produttori si spostano su progetti di stampo underground. Non per una questione qualitativa ma per una questione quantitativa e di ritorno di immagine.

Ma non solo la musica underground sta avendo successo in questo periodo, un altro genere musicale che sta vivendo il suo periodo di trionfo è il reggaeton (musica latino-americana).

Ormai le discoteche sono diventate le vecchie balere, poichè il maggior genere musicale suonato dai dj è il reggaeton. Numerosi dj/producer famosi, negli ultimi due anni, hanno realizzato almeno una canzone in collaborazione (featuring in gergo radiofonico n.d.r.) con un artista latino.

Si può definire il reggaeton come nuova pop music?

Non si può definire il reggaetton come nuova pop music. Si può solamente dire che sono due generi distinti ma che hanno ormai come punto comune lo stesso numero di ascolti (con ascolti si intende views, stream e riproduzioni).

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