La moda Genderfluid: abbandono concettuale del maschile e del femminile

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Una donna può vestirsi da uomo come un uomo può vestirsi da donna. Non c’è legge alcuna che impedisca tale possibilità. A vietarlo non c’è nulla se non un vincolo sociale e morale che si è radicato troppo affondo nell’intelletto umano e provoca spesso discriminazione e bullismo.

Per abbattere gli stereotipi, si prova ad enfatizzare la linea sottile tra i due sessi. Non si tratta dei corpi, ma della concezione diramata secondo cui uomo e donna devono rispettare un codice di costume preciso.
Il problema effettivo, però, non dovrebbe risiedere nell’abbigliamento in sé ma, bensì, in ciò che la singola figura umana riconosce come proprio. Molti giovani vivono fasi di confusione in cui non riconoscono il corpo che possiedono come adeguato alla propria natura. Sia chiaro, essa trascende dalla forma. Nel mondo odierno la moda fa la sua parte come portavoce di messaggi liberi. In tal senso aiuta le nuove generazioni a identificare il proprio io con l’abbigliamento.
Qui entra in scena il gender fluid: quando non si accetta l’identità binaria dell’essere definitivamente distinto come maschio o femmina, la fluidità di genere concretizza chi non si ritrova in nessuno dei due sessi. Si è allora liberi di esprimere la propria personalità senza il timore di focalizzare una precisa etichetta. Per intenderci, se in precedenza un capo era etichettato come “unisex”, esso è passato ad essere genderfluid. In entrambi i casi si parla di genderless, ossia senza genere. Nel concreto tutti e tre i termini vogliono indicare la medesima cosa.

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Il termine Unisex, da cui parte tutto, è stato coniato nel 1960 per indicare vestiti, scarpe e hairstyles adatti ad entrambi i sessi.
Tra i maggiori sostenitori dell’ideologia si ricorda Rudi Gernreich a cui si deve “The Unisex Project”, una peculiare collezione di abiti declinati sia al corpo femminile che a quello maschile. Si tratta di una prima rappresentazione univoca. Da lì in poi la presenza di capi senza sesso è nettamente aumentata diventando fulcro anche di passerelle.
Per Gucci, Alessandro Michele ha concretizzato la riflessione sull’argomento nel 2015 con una fluidità di capi priva di limiti. Più recente è Equipment, in collaborazione con The Phluid Project con la collezione “Gender Fluid”, dove il punto forte è la camicia. Semplice e versatile per qualsiasi sfumatura di genere.
A maniche corte, lunghe, modelli d’ispirazione anni ’80 e ’90 e una vasta scelta cromatica. E se non bastasse, la selezione di taglie varia dalla tripla xs alla tripla xl. Così l’espressione sarà universale e neanche il fattore size potrà essere d’impedimento. Il genderless non è solo forma d’espressione libera ma si tramuta di una presa sociale ben più ampia. Basti pensare che, sulla base di questo pensiero, molte modelle trans-gender hanno spopolato per ciò che la loro scelta concerne. Realizzare indumenti uguali per tutti i generi è un pensiero che ha attirato anche il fast fashion. Per prima Zara ha lanciato Ungendered, poi H&M con la linea Denim United, una serie di denim sostenibili adatti ai due sessi.
Interessante è il fatto che, aldilà delle collezioni o capsule collection dedicate, una categoria di consumers ha sempre acquistato capi del sesso opposto semplicemente andando a scovarli nei reparti rivolti al genere diverso dal proprio. Lo si fa anche inconsciamente a volte, quando le ragazze indossano la t-shirt o la camicia sottratta al papà o al fratello o ancora quando, per gioco, i maschi provano abiti o scarpe della propria madre.
Sta ad ognuno di noi scegliere cosa indossare senza il timore del giudizio altrui. Donne e uomini, in fondo, sono più simili di quanto non vogliano ammettere.

di Chiara Del Prete
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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