“La mia infanzia in Palestina”, intervista alla docente universitaria Souzan Fatayer

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In seguito alla recente escalation di violenza nella striscia di Gaza, l’atavica questione israelo-palestinese ha richiamato a sé l’attenzione dei media. Durante gli ultimi giorni di Ramadan, la notifica di sfratto ricevuta da 28 famiglie palestinesi residenti nel quartiere di Sheykh Jarrah e le conseguenti mobilitazioni, hanno riaperto una ferita mai rimarginata. Si potrebbe far risalire l’origine del conflitto al 1948, anno della “nakba”, in cui vi fu l’espulsione del popolo palestinese dalla propria terra. Negli anni seguenti, la Lega Araba tentò, militarmente e diplomaticamente, di costituire uno stato palestinese autonomo. A nulla valsero gli sforzi per trovare una soluzione bipartisan e, ad oggi, dopo 74 anni da quell’infausto evento, il popolo palestinese continua a essere privato dei propri diritti fondamentali. Alla luce degli attuali eventi, la docente italo-palestinese Souzan Fatayer ci dà testimonianza della propria infanzia a Nablus, illustrando in che modo si è arrivati fino alla situazione odierna. 

Quali sono i suoi ricordi di infanzia in Palestina?

«Non ho mai vissuto un’infanzia libera, ma solo l’occupazione israeliana. Ricordo che nel ‘76 i palestinesi manifestarono pacificamente contro l’occupazione che li soffocava, ma nonostante ciò, i militari aprirono il fuoco sulla folla e inseguirono i ragazzi con i loro bulldozer. In quell’occasione, la prima vittima fu la giovane Lina Al-Nabulsi e, da quel momento, gli israeliani non hanno mai smesso di uccidere. 

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Ricordo che una volta i soldati fecero scendere mio padre e lo costrinsero a cancellare una scritta sul muro contro gli israeliani. Lo misero a terra, con le mani dietro la schiena e gli schiacciavano la testa sull’asfalto coi loro anfibi. Potrei raccontare tanti altri episodi ben peggiori, ma purtroppo questa è l’occupazione e può capirla solo chi l’ha vissuta. Io stessa non capivo l’Olocausto finché non visitai i campi di concentramento e in quel momento scoppiai a piangere, comprendendo che eravamo diventati le vittime di coloro che hanno subito il nazismo». 

Dopo il ‘48 l’ONU ha cercato di spartire il territorio attraverso varie risoluzioni. Cosa non ha funzionato?

«Israele è l’unico paese al mondo a non aver mai rispettato alcuna risoluzione dell’ONU, tanto che oggi controlla il 75% di tutto il territorio, lasciando ai palestinesi solo due aree scollegate tra loro. L’unico difetto che riconosco nella nostra politica d’amministrazione è stato quello di aver creduto in un processo di pace che non è stato mai davvero realizzato.

Secondo il diritto internazionale, quando un paese occupa militarmente un altro, ne deve provvedere ai bisogni, ma sappiamo tutti come Israele ci neghi persino le risorse primarie e limiti gli spostamenti. A Gaza, in particolare, questa situazione è amplificata, tanto che a niente e nessuno è permesso accedervi: nemmeno in periodo di pandemia sono stati forniti medicinali e vaccini alla popolazione.

La Striscia di Gaza, non a caso, è definita la “più grande prigione a cielo aperto” del mondo». 

Come ha proseguito, una volta in Italia, la sua lotta per sostenere la causa palestinese? Le è facile ritornare in patria?

«Attualmente, i media internazionali appoggiano la politica sionista perché l’economia è tutta nelle loro mani e, inoltre, giustificano le loro azioni attraverso la strumentalizzazione della Shoah

Io cerco di aiutare il mio popolo, soprattutto i bambini, nelle cure mediche alle quali non avrebbero accesso in patria. Infatti, insieme alla comunità palestinese della Campania, abbiamo assistito circa 300 bambini; ora, per esempio, abbiamo in cura un ragazzo di Gaza che è molto preoccupato per la sua famiglia, minacciata dalle bombe israeliane.

Nonostante possegga anche il passaporto giordano, mi risulta molto difficile entrare in Palestina: una volta ad Amman devo affrontare un duro viaggio prima di arrivare al confine. Lì sono costretta a sostare a lungo mentre i soldati mi perquisiscono minuziosamente. Se non ci fossero i checkpoint, da Amman a Nablus impiegherei circa un’ora, mentre invece a Gaza non mi è permesso entrare».

Pensa che la gioventù di oggi abbia maggior consapevolezza dell’occupazione sionista?

«Innanzitutto, i giovani palestinesi sono i rappresentanti di una generazione coraggiosa, capace di restare in patria difendendo i propri diritti. La gioventù occidentale, invece, mi ha sorpresa molto con la sua voglia di sostenere la causa del mio popolo. È a loro che affido la mia speranza per il futuro».

di Arab_Ita

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N°218 – GIUGNO 2021

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1 commento

  1. L’introduzione all’intervista è elaborata in un modo che fa chiaramente intendere che chi scrive non sa un tubo della storia del conflitto. Quanto all’intervistata, la signora Fatayer è una nota portavoce del terrorismo palestinese in Campania, votata a spacciare pseudo-narrazioni omissive, menzogne in piena regola e orrende equivalenze morali (‘siamo vittime di coloro che hanno subito il nazismo’).

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