Chiacchieriamo come tra vecchi amici, ma è la prima volta che ascolto al telefono la voce di Clemente Esposito, dopo i pesantissimi giorni del Covid-19. Forse, proprio il susseguirsi di questi eventi e l’isolamento del lockdown rendono la nostra telefonata spensierata e amichevole, e soprattutto ricca di notizie preziosissime riguardo il sottosuolo della città di Napoli e dei suoi dintorni, così a lungo esplorato.

L’ingegnere Esposito è nato ad Airola nel beneventano, ma si è trasferito da ragazzino a Napoli con la sua famiglia. Iscritto al Centro Speleologico Meridionale (C.S.M.) nel 1955, Clemente Esposito ne diventa col tempo il presidente. In questi anni con il colleghi del C. S. M. ha fotografato e cartografato il sottosuolo napoletano e campano individuando oltre 700 cavità. E’ stato consulente del Comune ed ha partecipato a tutte le commissioni tecniche in materia a partire dal 1968. Ha fondato l’associazione In Neapoli As.So.Tec.Na e creato il Museo del Sottosuolo in una cavità accessibile da piazza Cavour 140, museo al momento chiuso ma che riprenderà presto la sua attività.

Oggi ottantenne, Clemente Esposito è impegnatissimo in lavori di catalogazione e di archiviazione di dati e di foto scattate durante centinaia di discese nelle cavità. Mi ripete, come già racconta da qualche tempo che sono ancora tre le vie che vorrebbe percorrere nel suo impegno instancabile di completare il disegno della rete delle cavità campane:  trovare la piscina degli Incurabili, cisterna nella quale venivano gettati i cadaveri dell’ospedale, cavità cercata senza sosta per 4 anni ma che forse, risiede in un punto un poco più distante rispetto ai luoghi di indagine; ritrovare il grande ricovero bellico di Porta San Gennaro, anche questa una cavità complicata, alla quale si potrebbe accedere da ben cinque civici che sono al momento chiusi per vari motivi, ma soprattutto bloccati dai rifiuti e detriti; infine, trovare la cavità ubicata sotto la basilica di San Domenico Maggiore.

Il sottosuolo di Napoli è costituito in gran parte da tufo, pietra gialla di origine vulcanica, facile da scavare in quanto friabile e sufficiente a resistere alla realizzazione di gallerie autoportanti. Questo presupposto è fondamentale per capire che i cunicoli scavati sotto la città sono principalmente nati come conseguenza della estrazione del tufo, necessaria in periodo greco alla realizzazione di mura e di templi della Neapolis, oppure per creare una serie di ipogei funerari. Gli scavi a Napoli iniziati intorno al monte Echia, dove il tufo era presente in abbondanza sono andati sviluppandosi in epoca romana, soprattutto in quella augustea con la realizzazione di una rete complessa e imponente di cisterne e cunicoli utilizzati come acquedotti. In epoca più recente le cavità sono divenute rifugi antiaerei per proteggersi dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, dopodiché c’è stato il frazionamento della rete di acquedotto, lunga quasi 100 km e spesso, negli anni a seguire sono stati registrati utilizzi illegali di questi luoghi, divenuti zona di scarico di materiali di risulta.

Dalla seconda metà del ‘900 i cunicoli sono diventati motivo di interesse speleologico e archeologico, e gli studiosi hanno provato a definirne una mappatura. I cunicoli più facili da percorrere sono divenuti luoghi di attrazione turistica.

Con orgoglio l’ingegnere Esposito ci illustra che “Tra gli ultimi lavori del C.S.M. documentati con Relazione tecnica sul sito www.centrospeleologicomeridionale.it vi sono gli interventi in via Settembrini a Napoli, effettuati a seguito del nubifragio del 2001, quelli relativi al ramo dell’Acquedotto della Bolla e precisamente la fine del ramo di via Carbonara che inizia sotto la chiesa di Santa Caterina a Formiello, infine gli interventi a Casalnuovo dove sono state visitate, rilevate, fotografate e cartografate cinque cavità”. A Casalnuovo, come a Napoli, il tufo giallo ha contribuito alla costruzione di abitazioni, in questo casa dei “casali” che danno il nome al comune, partoriti dal sottosuolo stesso su cui sorgevano. Come racconta Esposito: in un perfetto gioco di equilibri i vuoti scaturiti dai prelievi non sono mai stati abbandonati, ma utilizzati come cellai e cantine (grotte) per la conservazione di derrate alimentari e vino.

Dopo anni di esperienze Clemente Esposito ha voluto mettere nero su bianco le sue conoscenze ed è nata nell’aprile del 2018 la pubblicazione “IL SOTTOSUOLO DI NAPOLI “a cura dell’editore Intra Moenia.

Chiediamo se ci sarà un seguito e lui risponde energico: “Ma certo, da questa estate sto lavorando al secondo volume, quest’estate dovrò produrre scritti, catalogazioni e scansioni di foto. C’è tanto ancora da fare e da scoprire!”

di Mina Grasso

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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