Una mafia silente, a molti sconosciuta e considerata spesso una costola delle grandi organizzazioni mafiose, si estende nella parte orientale della provincia di Foggia, specificamente: nel Gargano. Così nei meandri di quel promontorio montuoso che è boccata d’ossigeno e bellezza, si insidia la mafia garganica, una delle organizzazioni più feroci e silenti del nostro Bel Paese. I bilanci di questa “mafia innominabile” ci portano a numeri come 300 omicidi in 30 anni, la maggior parte senza colpevoli. Ovviamente la composizione dell’organizzazione che domina il Gargano è composta da numerosi clan, al vertice spiccano due famiglie: i Libergolis e i Romito. Anticamente alleati, oggi queste due famiglie sono in guerra per il controllo del territorio; l’ultima strage è quella di San Marco in Lamis, nel 2016, in cui vennero fatti fuori 4 uomini: il boss Mario Luciano Romito, suo cognato e due contadini innocenti uccisi poiché “testimoni scomodi”. Nel mezzo di questa guerra di mafia, c’è stato un pm che ha indagato a fondo, riuscendo ad infierire le prime condanne per mafia in quei territori. Lui è Domenico Seccia, oggi procuratore di Fermo, un osso duro della giustizia, che con un lavoro meticoloso è arrivato delineare quella dei Libergolis come famiglia mafiosa. Quale persona migliore per farci comprendere al meglio “la mafia innominabile”.

Procuratore Seccia, ha avuto modo di indagare ed arrivare alle condanne per le famiglie della mafia garganica. Qual è la principale forza di quest’organizzazione?
«La mafia garganica è stata riconosciuta come associazione mafiosa, con il 416bis, nel 2011, quindi una mafia giovane se analizziamo il riconoscimento, ma in realtà opera da molto tempo. Questa mafia è considerata autoctona: perfettamente articolata nel piccolo territorio. Proliferano attraverso il completo controllo della loro zona. Un esempio giudiziario proviene dalla mafia foggiana, quando la camorra cutoliana provava ad estendere il loro dominio nella provincia foggiana, da lì si scatenò la forte repressione della Società foggiana, la quale uccise tutti i seguaci di Cutolo in quella zona».

C’è, attualmente, un clan dominante?
«Per un certo tratto ha vinto la mafia dei Libergolis, uno dei suoi capi al momento sta scontando l’ergastolo ed il 41bis. C’è stato, al seguito degli arresti, un momento di riflessione all’interno della famiglia. Ritengo che non vi sia, oggi, un clan che abbia spodestato quello dei Libergolis, con le loro forti alleanze e con l’egemonia di cui godevano sul territorio. Ovviamente la mafia non finisce ed è già in atto un processo di successione e riorganizzazione».

È molto vicina territorialmente alla Società (la mafia foggiana .ndr), ha rapporti con quest’ultima?
«Mediante le indagini abbiamo rilevato un rapporto incentrato sul killeraggio d’esportazione. Spiego meglio: gli uni chiamavano i killer foggiani per uccidere sul Gargano e viceversa. Ciò viene effettuato per depistare le indagini e credo che questo tipo di collaborazione sia ancora in vigore. Come fenomeno è molto singolare. C’è inoltre una differenza sostanziale nell’uso delle armi tra la mafia foggiana e quella garganica, i killer del Gargano prediligono il fucile calibro 12, con colpo sparato in faccia, una “tradizione” che differisce completamente dalla Società foggiana».

Lei ha citato più volte l’importanza del riconoscimento del 416bis per la mafia garganica, in quel provvedimento viene affermato che le organizzazioni mafiose tendo ad avere un rapporto con la politica. I Libergolis e i Romito sono riusciti ad entrare nelle amministrazioni comunali?
«Una premessa: anche se portati a giudizio, per i Romito c’è stata assoluzione per tutti coloro che, secondo la pubblica accusa, componevano la “mafia dei Romito”, purtroppo tutti coloro che la componevano, tranne uno, sono tutti stati ammazzati. Lascio ad interpretare di queste parole chi di dovere. Dalle nostre indagini abbiamo capito che loro nutrono disinteresse all’avvicinarsi alla politica, questo perché controllano totalmente in territorio. Non hanno bisogno del contatto con la politica, è più verosimile che la sia la stessa politica a cercare il loro consenso. Anche se leggo dalle stampe che gli attentati ai sindaci sono aumentati, bisognerebbe ben capire se siano mutati i rapporti o sono soltanto un gesto di reazione».

Secondo lei cosa occorre ora in quei territori?
«La massiccia presenza mafiosa in quei territori è allarmante e quado c’è l’allarme bisogna intervenire con forza, come la repressione che vi fu nell’80 ai danni di Cosa Nostra. Non si tratta di fare le debite proporzioni, ma gli omicidi sono tanti. Quando facevo parte della DDA di Bari, occupandomi giornalmente di mafia, venne importato, grazie all’allora sottosegretario Mantovano, il cosiddetto “Protocollo Caserta”. Era un protocollo usato contro il clan dei Casalesi e che si ritenne giusto usare anche nei confronti della mafia garganica».

Le sue inchieste l’hanno costretta a vivere sotto scorta a causa di ripetute minacce. Come sta vivendo questo periodo?
«Fa parte del mestiere, l’importante è onorare sempre il giuramento fatto nei confronti dello Stato»

Il Procuratore Seccia si ferma e dalla rabbia delle sue parole si percepisce la passione che anima il suo lavoro e le sue inchieste, è lui stesso ad ammetterlo: «Speravo in reclutamento straordinario. Ho nostalgia, vorrei tanto continuare, ma questo è il nostro mestiere». Un magistrato duro, che preferisce parlare di fatti che di autocelebrazioni. Dal canto nostro non smetteremo mai di parlare e di dare sostegno a chi possiede un così forte valore dello Stato.

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 184 Agosto 2018

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