La lotta dei riders a Napoli: parla il presidente di “Napoli Pedala”

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La categoria dei riders è forse una delle protagoniste delle istanze sociali nate con la crisi pandemica. Multiculturalismo, coordinamenti di lavoratori in lotta, operazioni di assistenza e tutela sono benevoli effetti collaterali di un fenomeno sociale ed economico che ad oggi è l’emblema dei nuovi ultimi della società, sviluppatasi e modificatasi durante la pandemia.

Nella città partenopea, contemporaneamente alle dinamiche nazionali distopiche concernenti il mondo delivery, è presente una significativa azione di supporto, con uno dei più importanti punti della città di casa dei riders, Bicycle House, nel cuore di Napoli a pochi passi dal centro storico. A parlare è Luca Simeone, presidente dell’associazione Napoli Pedala.

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«Bicycle House è stato inaugurato il 31 Marzo, in un periodo complicato in piena zona rossa. Abbiamo voluto farlo perché il mestiere non si ferma con il lockdown, anzi, queste misure rendono l’attività più richiesta. 

A distanza di tre settimane dall’avvio di questo progetto, realmente possiamo cominciare a verificare qualcosa di differente. Ci sono state sollecitazioni da parte dei riders, nell’affidarsi a servizi di assistenza legale per questioni riguardo la loro condizione lavorativa; in più si offre come luogo di socializzazione. Da inizio maggio, con modalità in presenza, partiranno dei corsi formativi inerenti alla sicurezza sul lavoro, successivamente partirà un’attività relativa alla possibilità di fare transizione ecologica da scooter a bicicletta.

Tutto parallelamente a un presidio fisso di sportello legale, il quale farà sì che le attività rientreranno in pieno regime, oltre a quelle di assistenza rispetto allo spazio». 

Passando all’attualità, Luca ricorda che «nel frattempo l’INAIL ha voluto promuovere la novità della tutela dei rider, in ottica di copertura di spese in caso di infortunio durante le ore di lavoro». Tale tutela però non tiene conto di altre condizioni, ad esempio in caso di febbre le misure assistenzialiste verrebbero a mancare. 

Parte della narrazione associazionistica va a intrecciarsi con la voce di chi in prima persona ha avvertito le mancanze di un sistema fragile. A proposito di ciò, ha scelto di raccontare la sua storia un ex rider che ora si fa portavoce del Collettivo Riders Autorganizzati. «Nel mese di novembre una delle maggiori piattaforme di delivery ha iniziato a mandare mail agli iscritti dicendo che se non avessero firmato il contratto stipulato con un determinato sindacato, con tutti i termini dello stesso, si sarebbe stati tagliati fuori», apre subito il portavoce.

Successivamente sono stati fatti degli scioperi e non è mancata la risposta dell’azienda, a confermarlo sono proprio le sue parole: «All’interno di esso si dice che il rider non può guadagnare meno di circa 10€ all’ora, rapportato al chilometraggio. Già il loro contratto non viene rispettato, mi dicono i vari ragazzi che fanno parte di Riders Organizzati, poiché non viene osservato il canone di tale ambito decisionale. Per giunta, all’inizio c’erano incentivi convenienti, una corsa in alcune zone veniva pagata con un tasso abbastanza agevole. Ora viene pagato tutto intorno a 3/4€ all’ora anziché 8». 

Riders Autorganizzati chiede un orario minimo garantito, con due punti di vista diversi, una piccola parte autonoma che si aspetta incentivi come prima e corse pagate come in origine, con un moltiplicatore adeguato (corsa pagata mai meno di 6,50€), dall’altra sponda c’è la stragrande maggioranza che chiede di essere equiparata ai corrieri. La richiesta è di essere stipendiati, lascia intendere il portavoce.

Tutti insieme, sia autonomi che dipendenti (part time o full time), necessitano del rimborso del carburante e di partecipazione economica all’assicurazione del mezzo di trasporto, sono queste le rivendicazioni. Con l’ausilio dei SiCobas, il collettivo è riuscito a organizzare manifestazioni e presidi, chiedendo risposte ad autorità competenti che, stando alle parole dei lavoratori, tardano ad arrivare.

«In ultimo luogo – conclude – questo lavoro tiene conto della variabile del rischio. Con i tempi che corrono e con una pandemia in atto noi desideriamo tutele fondamentali.  L’elemento più disarmante è il vizio di evitare il rischio d’impresa portato avanti dalle multinazionali, non un soggetto poco rilevante.

La rabbia sale ancora di più, il problema è ideologico: col tempo è stata inculcata una mentalità per nulla rispecchiante la realtà, un modello americano del “se vuoi puoi”, di mai raggiunta meritocrazia. Non siamo come l’America, il nostro è un paese anticamente imperialista».

Si mira al sogno americano, inattuabile forse anche oltreoceano, figurarsi in un paese pieno di contraddizioni come l’Italia.

di Matteo Giacca

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