La libertà di parola è opinabile?

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Quello di esprimere la propria opinione è un diritto sacrosanto. Favorisce maggiore sicurezza, affermazione del sé, confronto e, perché no, scontro. Permette di ragionare logicamente e poi scoprire di non averlo fatto affatto, di tornare sui propri passi. Di crescere. Crescere interiormente, ma anche culturalmente, arrivando a condensare le migliaia di informazioni che oggi il mondo dei mass media pone alla portata di tutti. Ciascuno può conoscere, leggere, capire, legittimamente affermare “io la penso così perché…”. Ma la libertà di parola è opinabile?

Diritti e opinioni

Con il dilagare prepotente dei social sembrerebbe proprio di no. Tutti hanno il diritto di dire tutto, illudendosi di aver acquisito, nel corso di un’intensa sessione di navigazione su Facebook, conoscenze e competenze adeguate – soltanto perché concordi con quelle di altri piccoli e insignificanti omuncoli dalle dubbie capacità intellettive – a sparare giudizi sul mondo, come se al mondo interessasse qualcosa di quello che hanno da dire. “Io penso che i bianchi siano migliori dei neri – bentornato colonialismo -, che una vittima di violenza se l’è cercata – viva il maschilismo -, che un ragazzo sia da bullizzare solo perché grasso e che si stava meglio quando si stava peggio: resuscitiamo il duce”.

Sono ideali che violano i più basilari diritti umani, ma sembrerebbe quasi un obbligo scegliere fra la violazione del diritto alla vita e di quello di parola. Fra il diritto di ribellarsi a qualcosa che moralmente, eticamente e umanamente rade al suolo la dignità umana su tutti i fronti e il becero menefreghismo di chi pensa di potersi permettere di tutto, sentendosi protetto da una ridicola democrazia che si auto-contraddice: siamo tutti uguali ma qualcuno è inferiore. Alla faccia della coerenza.

Paradossi

È un po’ il paradosso delle parole: possono significare tutto e il contrario di tutto, basta un punto di vista differente per stravolgerne il significato. Come se un insulto, una minaccia o un discorso d’odio non fossero più tali, se definiti “libertà d’espressione”. Come se cambiare la dicitura ne modificasse la sostanza. E la vittima diventa paradossalmente il carnefice, perché l’indifeso opinionista improvvisato cosa starà mai dicendo! Soltanto che forse sarebbe meglio internare metà della popolazione mondiale in un campo di sterminio – solitamente esordendo così: “io non sono razzista ma…”.

La libertà d’opinione è sacrosanta, ma non quando diventa uno scudo meschino per vomitare addosso ai più deboli tutta la propria bassezza, la propria infondata superiorità, costruita dal proprio ego smisurato sotto forma di castello di sabbia. Basta una folata di vento a spazzarlo via. E che ne sarà, poi, della libertà di opinione degli altri? O meglio: che ne sarà degli insulti degli altri?

Ma allora, la libertà di parola è opinabile? Sì: ma è solo un’opinione.

di Teresa Coscia

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