La Legge 104 legittima il licenziamento per chi abusa dei permessi: i chiarimenti

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La legge 5 febbraio 1992, n. 104, ben nota come “legge 104, rappresenta un importantissimo intervento legislativo volto a tutelare e sostenere i diritti delle persone con disabilità, per agevolare e favorire la loro integrazione sociale.

Il provvedimento permette alle persone affette da grave disabilità, ed ai loro familiari, di fruire di agevolazioni fiscali per acquistare determinati beni, di godere della cosiddetta “iva agevolata”,  nonché della detrazione Irpef per l’acquisto di auto, oltre ai permessi retribuiti.

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Tali permessi spettano ai lavoratori dipendenti disabili in situazione di gravità, ai genitori (adottivi e/o affidatari), di figli disabili in situazione di gravità, al coniuge, al convivente di fatto, ai parenti o affini entro il terzo grado di familiari disabili in situazione di gravità.

La Suprema Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 16973/2022 è intervenuta per sancire un preciso principio in materia di permessi 104. Il caso in esame prende le mosse dal fatto che un datore di lavoro licenziava un proprio lavoratore per abuso di permessi previsti dalla legge 104. Il lavoratore si rivolgeva al Giudice del lavoro. Nelle more del giudizio, la Corte di Appello chiariva che vi era stato abuso da parte del lavoratore, ma solo relativamente a quattro giornate, e che tale abuso non era sufficiente a legittimare il licenziamento dello stesso. Il dipendente ricorreva per Cassazione affermando di non aver mai abusato dei permessi che gli erano stati concessi.

I Giudici della Corte, in dissenso con la decisione della Corte d’Appello, hanno affermato che “il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che non si avvalga del permesso previsto dal citato art. 33, in coerenza con la funzione dello stesso, ossia l’assistenza del familiare disabile, integra un abuso del diritto in quanto priva il datore di lavoro della prestazione lavorativa in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente (oltre ad integrare, nei confronti dell’Ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un’indebita percezione dell’indennità ed uno sviamento dell’intervento assistenziale). Questa Corte ha precisato come il permesso di cui alla L. n. 104 del 1992, art. 33, sia riconosciuto al lavoratore in ragione dell’assistenza al disabile e in relazione causale diretta con essa, senza che il dato testuale e la “ratio” della norma ne consentano l’utilizzo in funzione meramente compensativa delle energie impiegate dal dipendente per detta assistenza; ne consegue che il comportamento del dipendente che si avvalga di tale beneficio per attendere ad esigenze diverse integra l’abuso del diritto e viola i principi di correttezza e buona fede, sia nei confronti del datore di lavoro che dell’Ente assicurativo, con rilevanza anche ai fini disciplinari”.

Pertanto, secondo la Suprema Corte, è legittimo il licenziamento del lavoratore che utilizza i permessi concessi in base alla legge 104 per attività che esulano dall’assistenza del familiare, poiché il lavoratore, nel tenere tale condotta, abusa del diritto concessogli dalla legge andando ad incrinare la fiducia che deve necessariamente sussistere tra datore e dipendente.

 

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