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“La guerra in Europa fa comodo al nuovo regime”: Arezu e Ghazal Yahyazada, giornaliste afghane, si raccontano a Informare

Donato Di Stasio 06/04/2022
Updated 2022/04/06 at 4:56 PM
11 Minuti per la lettura

Dai ricordi della presa del potere dei talebani alla nuova vita in Italia: Arezu e Ghazal, giornaliste afghane, si raccontano in esclusiva

Non è facile sovvertire un ordine sociale precostituito, rovesciare ed invertire stereotipi di un paese ancorato a vecchie logiche e tradizioni. Non è facile posizionare sullo stesso piano orizzontale le figure dell’uomo e della donna, soprattutto se quest’ultima è ancora relegata ad un ruolo pressoché marginale nella società civile. E non è stato facile esercitare liberamente la professione di giornalista ed il proprio pensiero in un territorio lontano dalle democrazie occidentali, mettersi in discussione per una uguaglianza di genere per i diritti.

Lo hanno fatto e continuano a farlo, anche se ormai lontane dalla loro terra d’origine, Arezu e Ghazal Yahyazada, sorelle e giornaliste afghane scappate in Italia in seguito all’attacco dei talebani al governo afghano dello scorso agosto, che ha costretto il presidente Ashraf Ghani ad abbandonare il paese insieme a centinaia di migliaia di cittadini e causato la morte di circa 170mila persone, di cui 50mila civili. Dopo venti anni di guerra, l’Afghanistan è tornato nelle mani dei talebani, con una serie di ripercussioni ed effetti sulla vita sociale e professionale delle donne: scuole precluse, accesso alle università consentito solo in alcune città, licenziamento da tutti i luoghi di lavoro, compresi giornali e altri media.

Quotidiani nazionali e internazionali ne hanno parlato a lungo, ma la testimonianza diretta di Arezu e Ghazal alla Reggia di Caserta, in occasione della V Edizione del Premio europeo di giornalismo investigativo e giudiziario di novembre, ha suscitato tanta emozione e tristezza nei cuori dei presenti.

Informare ha così deciso di contattare entrambe le giornaliste per farsi raccontare nel dettaglio il vissuto degli ultimi sette mesi, a cominciare dai giorni difficili della conquista talebana dell’Afghanistan, dalla disperazione dei civili e dal bisogno di fuggire altrove, da quelle immagini strazianti dell’aeroporto di Kabul. «Ogni singolo secondo di quel periodo è stato un incubo. Dopo l’imposizione del regime talebano, migliaia di cittadini si sono riuniti all’aeroporto nella speranza di poter lasciare il paese, ma purtroppo molti di loro sono stati uccisi. Quei giorni racchiudono i momenti più brutti e peggiori di tutta la mia vita. A volte mi capita di pensarci, e quando lo faccio i ricordi e le immagini di orrore prendono il sopravvento sulla mia mente» ci scrive Arezu. Ghazal, invece, parla di «desideri che sono diventati ormai cenere – perché lei e sua sorella sono cresciute in un Afghanistan colpito spesso dalla guerra, schierandosi sempre in prima linea per la pace. – Abbiamo fatto tanti sforzi per migliorare il nostro paese. Il desiderio di un Afghanistan indipendente era forte ed abbiamo lottato tanto perché questo sogno si potesse realizzare. Quando i talebani hanno agito con la forza, ho sperimentato il significato di “morte mentale” e sono caduta in uno stato di forte stress psicologico. Il mio pensiero va alle tante ragazze che tutt’oggi stanno vivendo ciò che ho vissuto io».

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Ma come sono costrette a vivere le donne in Afghanistan dopo l’avvento del regime talebano? E con quali diritti? Se negli ultimi venti anni attivisti e movimenti sociali interni erano riusciti a riavvicinare la figura femminile a quella maschile per quanto riguarda questo aspetto, con la presa del potere dei talebani sono ricominciati i cosiddetti «anni neri» per le donne, come li definisce Arezu, anni di vincoli sociali e divieti. Dopo i primi mesi di esclusione totale dal mondo del lavoro e dell’istruzione, il governo talebano aveva promesso all’Occidente un reinserimento graduale delle donne in tutti i settori prima occupati. Tuttavia, non sembra stia accadendo. È dello stesso avviso Ghazal: «dal 24 marzo i talebani avevano promesso che sarebbe stato consentito alle donne l’ingresso a scuola. Ho saputo però che hanno chiuso le porte, non permettendo alle ragazze di entrare. Per me il regime talebano non manterrà nessuna delle promesse che ha fatto». Arezu preferisce fare un appello alla società occidentale, perché «le donne afghane hanno molto coraggio e chiedono al mondo di salvare le loro vite. Molte sono state torturate ed uccise ma, nonostante questo, continuano a combattere per la loro esistenza». Per lei «negli ultimi venti anni le donne sono state in grado di contribuire alla crescita e alla prosperità dell’Afghanistan al pari degli uomini, ma tutto è stato distrutto l’anno scorso. Con il regime talebano alcuni diritti sacrosanti, tra cui istruzione, lavoro e libertà, sono completamente ignorati».

Nell’ultimo mese e mezzo la guerra russo-ucraina ha spostato l’attenzione dei media altrove. È difficile, infatti, trovare su quotidiani o periodici nazionali notizie o ascoltare in televisione servizi di aggiornamento dedicati all’Afghanistan. Abbiamo così chiesto alle giornaliste della situazione attuale nel paese e se riescono a ricevere notizie da amici, parenti o colleghi. «Riceviamo notizie molto brutte. Purtroppo, la guerra russo-ucraina fa comodo ai talebani perché tutti gli occhi dell’opinione pubblica si concentrano tra Russia e Ucraina, ma nel nostro territorio la situazione peggiora. Ci hanno riferito che nelle ultime settimane vengono strappati documenti e passaporti di tante persone, probabilmente perché vorrebbero scappare. Inoltre, i miei colleghi sono abbastanza preoccupati e soprattutto delusi. Continuano a chiedere ed aspettare aiuto» spiega Arezu. «Perché non si parla più della nostra battaglia? Forse gli interessi in gioco per la guerra russo-ucraina sono diversi e forse perché noi siamo il terzo mondo, e le cose del terzo mondo importano fino ad un certo punto. Stiamo comunque cercando un modo per attirare il sostegno internazionale per le persone che sono ancora bloccate in Afghanistan» ci scrive invece con tono sarcastico Ghazal. 

La professione di giornalista può essere esercitata liberamente nei paesi occidentali, dove la libertà di stampa è riconosciuta dalle diverse carte costituzionali. Non si può certamente dire lo stesso dei paesi dittatoriali o autoritari, che impongono una censura forzata alla stampa e agli altri mezzi di comunicazione. L’Afghanistan, oggi, fa parte del secondo blocco. «Il giornalismo è un sogno che ho perseguito fin da adolescente. Ho lavorato in circostanze piuttosto difficili, ma negli ultimi due decenni posso dire che una certa libertà di espressione era stata raggiunta in Afghanistan. Con il nuovo regime è chiaramente cambiato tutto e il giornalismo afghano ha fatto dei passi indietro» spiega Ghazal, che si considera «un altoparlante femminile dei media», un’attivista che si è battuta per i diritti delle donne in diversi programmi radiofonici e televisivi con l’obiettivo di diventare un modello per tutte le ragazze del paese. Anche Arezu ha incontrato alcune difficoltà durante il suo percorso professionale, ma queste non le hanno impedito di ottenere ciò che voleva: dare voce al popolo femminile. Ci scrive che «quando l’Afghanistan cadde nella mani dei talebani, ragazze giovani e famose furono prese di mira, minacciate e costrette ad abbandonare la professione».

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Con Arezu e Ghazal abbiamo cercato anche di fare un confronto tra Afghanistan e Italia, due paesi con usi, costumi e tradizioni diverse. Dopo aver trascorso interi mesi in Italia, Ghazal ci ha confessato di considerarla ormai come suo secondo paese, una nazione che l’ha accolta a braccia aperte: «l’Italia va capita, perché ha una cultura completamente differente rispetto a quella dell’Afghanistan. Ma grazie al progresso tecnologico, negli ultimi anni ho potuto studiare e conoscere le tradizioni europee. Qui ora mi sento finalmente in pace e al sicuro». Arezu, invece, preferisce conciliare l’arrivo in Italia con la deontologia della propria professione, affermando che «con l’arrivo in Italia abbiamo iniziato una nuova vita, abbiamo conosciuto nuove persone e una nuova cultura. Sì, i due paesi possono avere usi e costumi diversi, ma la figura della giornalista viene intesa sempre nello stesso modo: il corrispondente di ogni parte del mondo deve saper dare voce a coloro che non ne hanno e raccontare le loro sofferenze». 

Non potevamo poi non discutere e chiedere alle giornaliste dei sogni e delle aspirazioni future. «Da quando sono in Italia ho elencato una serie di obiettivi da raggiungere. Il primo è imparare la lingua italiana, cosa che ho iniziato circa un mese fa. Nella mia città, Herat, sono stata la voce delle donne che si battevano per i loro diritti. Anche qui in Italia voglio esserlo, voglio unirmi alla grande famiglia dei media italiani e continuare il mio lavoro a distanza» dice Ghazal. I pensieri ed i sogni di Arezu, invece, sono tutti per l’Afghanistan: «abbiamo lottato, lottato tanto, lavorato per la trasformazione e la democrazia della nostra società, e i talebani hanno distrutto tutti i nostri sogni. In Italia stiamo bene, ma lontane dal nostro popolo. I miei pensieri e i miei sogni futuri sono ancora lì, vogliamo riconquistare quello che ci hanno portato via». 

Arezu e Ghazal, ci auguriamo con tutto il cuore che possiate realizzarli!

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°228 –  APRILE 2022

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