Un mini accordo tra il vicepremier cinese Liu He e Donald Trump riporta ossigeno alle rotte commerciali.

Le tregue non valgono solo per i colpi di cannone, ma anche per battaglie finanziarie e commerciali, tanto che il mini-accordo siglato tra la Cina e gli Stati Uniti, per dare uno stop momentaneo alla guerra dei dazi, è stato accolto come un cessate il fuoco. Come sempre accade, entrambe le controparti ritengono di aver ottenuto le migliori condizioni per trasmettere l’immagine, almeno se di poco, di essere il più forte.

In base all’accordo l’America sospenderà buona parte dei dazi all’importazione e la Cina s’impegnerà ad acquistare duecento miliardi di prodotti e servizi americani, ma non solo. Il paese del Dragone dovrà evitare svalutazioni di moneta, almeno senza un adeguato preavviso e dovrà consentire, a partire dal primo aprile, il pieno controllo da parte di società finanziarie straniere. Trump ha ringraziato il presidente Xi-Jinping attaccandogli l’etichetta di suo grande amico, ma in realtà senza perdere la faccia i cinesi hanno dovuto cedere alle richieste degli Stati Uniti. Poter essere informati in anticipo sulle intenzioni di svalutazione monetaria di uno Stato è un ottimo antidoto contro le tempeste finanziarie, come è un’importante arma di controllo l’apertura della Cina a società finanziarie straniere. Questo potrebbe significare che organizzazioni come Visa e Mastercard potranno accedere ai circuiti di pagamento del Dragone? Aziende come Amazon, Google e Facebook con i loro sistemi di pagamento potranno tuffarsi in un mare di cinesi pronti a servirsi dei loro prodotti e servizi? Con ogni probabilità potrebbe accadere nelle fasi successive dell’accordo con qui la Cina tende a favorire il 5G, aspettandosi che gli Stati Uniti aprano le porte alla nuova tecnologia, se non altro per non gettare al vento quanto hanno prodotto. Del resto, anche l’azienda più forte al mondo, se boicottata dai suoi clienti, prima o poi, sarà costretta a chiudere.

La guerra dei dazi, per quanto il governo cinese non voglia ammetterlo, stava iniziando a far sentire i propri effetti su migliaia di piccole e medie aziende che, non potendo esportare i propri prodotti verso gli Stati Uniti, avrebbero perso la loro più grande fetta di mercato con il rischio di dover chiudere. Infatti, gli accordi commerciali in Europa non sono stati sufficienti per sopperire ai cali di ordinativi dagli Stati Uniti, che restano comunque il più grande cliente della Cina e che Xi-Jinping forse aveva immaginato di sostituire. È pur vero che la guerra dei dazi innescata da Trump stava producendo effetti negativi sulle aziende di Hi-Tech americane che fabbricano i propri dispositivi in Cina, ma non bisogna dimenticare che una buona parte dell’elettronica è importata anche da Taiwan, Korea, Thailandia o America Latina. Tanto è vero che colossi come Daison hanno la produzione proprio in Thailandia e moltissimi prodotti per l’audio video di grandi marche, come la Shure, sono fabbricati in Messico. Quindi l’alternativa alla Cina potrebbe esistere, se pur con tempi non immediati, e questo il governo cinese lo aveva capito fin dalle prime imposizioni di dazi perché la loro economia della bicicletta ha ancora bisogno di energiche pedalate per restare in piedi.

A questo punto sorge spontanea la domanda: Quali potrebbero essere le ripercussioni per l’Italia?

Il nostro Paese rappresenta soltanto il quarto partner commerciale di Pechino nell’Unione europea – con una limitata quota di mercato sul mercato cinese pari circa allo 0,9% – e il 24esimo nel mondo. In particolare, questa quota dipende principalmente dal settore automobilistico legato a filo doppio con quello della Germania.

Poiché la filiera dell’industria automobilistica non figura tra i beneficiari dell’accordo USA-Cina, non ci dovrebbero essere per noi contraccolpi immediati anche in presenza del rallentamento della crescita economica tedesca dovuto soprattutto al netto calo delle attività manifatturiere, in particolare proprio dell’industria automobilistica nazionale, danneggiata proprio dalla disputa tra Washington e Pechino. Quindi se questa disputa si allenta, potrebbero in realtà conseguirsi benefici proprio in quei settori non rientranti nell’accordo e dunque le nuove dinamiche del mercato cinese alla luce dell’accordo raggiunto potrebbero influire, seppur in maniera indiretta, positivamente per la nostra economia, se la Germania in testa riuscirà a superare il momento particolare dovuto anche alla transizione verso la produzione di veicoli più ecologici.

In definitiva, possiamo essere fiduciosi, sempre che la Cina rispetti gli accordi.

di Mario Volpe e Bruno Marfé

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