La Giornata Tipo risponde: Un nuovo modo di parlare di basket

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Basket ed ironia è un binomio ormai collaudato.
Ma chi ha contribuito a far sì che ciò accadesse? Chi ha scoccato la freccia da cui è nata questa splendida relazione? Raffaele Ferraro, fondatore della pagina Facebook La Giornata Tipo, potrebbe essere considerato l’indiziato numero uno.

La sferzante ironia della pagina da lui creata, unita ai messaggi sociali veicolati dallo sport e da lui diffusi attraverso i social network sono solo la punta dell’iceberg di un lavoro di promozione, che dura da anni, del basket nel nostro Paese. Fortunatamente Raffaele ha accettato di rispondere alle mie domande. Qui sotto trovate la storia de La Giornata Tipo e molto, molto altro.

Come nasce l’idea de La Giornata Tipo?
«La Giornata Tipo nasce nel 2012, nel periodo in cui c’è stato il boom di Facebook. In quel periodo si iscrivevano tutti. Io sono di Bologna, ho sempre giocato a basket e ho sempre frequentato quello che c’era prima dei social network: i forum.
Gli appassionati di qualsiasi cosa, quando volevano chiacchierare, andavano sui forum.
E io frequentavo il forum più seguito del basket emiliano-romagnolo e lì ho fatto palestra, perché per anni ne ho inventate di cotte e di crude, quasi sempre utilizzando l’ironia. All’inizio, infatti, la Giornata Tipo era soprattutto ironia, adesso mi viene da dire che La Giornata Tipo sia anche ironia.
E uno dei format che utilizzavo di più, ai tempi del forum, per prendere in giro gli avversari era inventarmi la giornata tipo di un atleta.
Da lì il nome della pagina con cui avevo deciso di parlare di basket su Facebook.
All’inizio sfornavo giornate tipo a raffica di giocatori e personaggi del mondo della palla a spicchi. Poi con l’aumentare del seguito, La Giornata Tipo è diventata un contenitore di tante cose legate al mondo della pallacanestro e con questo intendo veramente tutto: dalla NBA, alle storie di vita di tutti i giorni del campetto dietro casa».

Quando hai creato La Giornata Tipo avevi già in mente la svolta “sociale” di cui la pagina è stata protagonista?
«Quando la pagina è nata era, ma continua ad esserlo, un puro passatempo. Volevo dimostrare che fosse possibile, e divertente, saper ridere della propria passione. Con il tempo è diventata qualcosa di molto più grande e variegata perché giorno dopo giorno ho avuto anche modo di ragionare sui metodi migliori coi quali si poteva parlare di basket.
E uno di quelli che ho scelto si può definire “indiretto”, cioè soprattutto per temi importanti che sfociano anche nel mondo del sociale perché lo sport è un megafono che serve per veicolare dei messaggi.
Forse l’ambito a cui ci siamo meno accostati è quello politico, è difficile parlare di politica sui social network. Però in generale abbiamo parlato di tante tematiche complesse.
Ad esempio, abbiamo raccontato di Elena Delle Donne, una delle più forti giocatrici di basket della storia, che era legata quasi simbioticamente ad una sorella malata e che per un periodo aveva deciso di lasciare il basket, proprio per paura di finire lontano da lei. Abbiamo parlato anche di handicap nello sport, dell’autismo, spesso del razzismo – il razzismo è un male della nostra società, che capita in tutti gli sport, e che deve essere combattuto».

Voi avete collaborato anche con l’Eurolega. Cosa si prova ad essere riconosciuti dal campionato di basket europeo per eccellenza?
«Per un certo senso è stato strano. Negli ultimi anni solo Milano ha partecipato alla competizione, quindi ci sono altri Paesi che più dell’Italia potevano essere appetibili dal punto di vista del mercato. Ma è stato bello perché l’Eurolega ha chiamato La Giornata Tipo per parlare di otto giocatori, ovviamente non solo italiani, del calibro di Melli, Datome, Printezis, Mike James…giocatori che hanno un’immagine internazionale. Mi ha fatto piacere che l’Eurolega sia venuta a proporre il suo progetto in Italia e, ancor di più, che ci abbia lasciato lavorare liberi come abbiamo sempre fatto. Uno dei riconoscimenti più belli che ci sono stati in questi otto anni di Giornata Tipo».

Una curiosità: come avete fatto a tirare dentro Marco Crespi e Matteo Soragna?  
La Giornata Tipo pian piano è diventata non solo un luogo per il popolo, passami il termine, ma anche per gli addetti ai lavori. I primi anni ricevevo messaggi di complimenti da parte di giocatori di Serie A, della Nazionale, ma anche di personaggi estranei al mondo del basket come Daniele De Rossi. Nel tempo si sono create queste relazioni che hanno fatto avvicinare alla pagina persone del settore che avevano voglia di raccontare le loro esperienze, le loro passioni.

Com’è possibile, secondo te, che in Italia i giornali non riescano a trovare più persone competenti che parlano di basket, quando poi i forum e le pagine ne sono piene?  
I professionisti che parlano di basket in Italia ci sono. Ma il problema è quando il basket finisce nel calderone del media tradizionale che affronta lo sport. Lì non è tanto la qualità che fa stridere l’appassionato di basket, ma la quantità. Di basket si parla poco, e qui si apre un altro capitolo, perché la cultura sportiva italiana è molto limitata. Molto spesso si dice che i media danno ai lettori quello che i lettori vogliono leggere. Secondo me la verità sta nel mezzo: vero che la gente vuole questo, ma lo vuole anche perché è sempre stata abituata ad avere solo questo. Quindi un modo per ampliare gli orizzonti della nostra cultura sportiva sarebbe quello di avere un poco di coraggio in più e di offrire un’informazione più democratica, per quanto poi ci siano sport che essendo più seguiti meritano più spazio. 
 
E cosa mi dici sul “caso Belinelli”, più sfortuna o più occasione mancata? 
Le squadre hanno delle dinamiche che sono indipendenti da tutto. Belinelli si è infortunato il giorno prima della partita, è stata sfiga. È ovvio che da telespettatore ci si possa rimanere male. Per esempio, l’appassionato di Nba che non conosce i giocatori del nostro campionato, avrà pensato di guardare la partita per vedere il Beli e poi avrà forse cambiato canale. È anche vero, però che degli eventi unici, a spot, possano dare nuova linfa al movimento. Per raggiungere questo obiettivo bisognerebbe pensare ad un piano sul medio-lungo periodo che passa da investimenti in comunicazione, marketing, promozione di tutto il movimento.  
 
Ma…quanti ne avete fatti arrabbiare? 
Tantissimi. L’ironia è divisiva, c’è chi l’accetta e chi non l’accetta. A dire il vero, prima eravamo anche più politicamente scorretti. Poi con l’aumentare del seguito è aumentata anche la responsabilità. Però ancora oggi spesso, quando prendiamo in giro giocatori, allenatori e squadre, oltre alla rabbia dei tifosi, che è la più contata, capita anche che qualche protagonista della battuta, dell’ironia, non abbia avuto piacere che avessimo scherzato su di lui. È capitato più di una volta. 

di Marco Cutillo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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