Nike con acqua santa a 3800 dollari, fatte da giovani cambogiani senza paga

La follia delle multinazionali e dei clienti

A Ottobre del 2019, quando la stagnazione delle multinazionali iniziava a preoccupare gli uffici di marketing, la Nike è riuscita a partorire una delle più sconcertanti idee commerciali di tutta la storia del dopoguerra.
Un paio di scarpe da ginnastica ispirate a Gesù Cristo e alla sua sacra parabola di vita, tanto da riportare impresso sui lacci un passo del Vangelo, “Verso la notte egli venne verso di loro, camminando sul mare”. Ecco, la citazione di Matteo era presagio alla più scandalosa operazione di marketing, nella già complessa e discutibile storia dei marchi multinazionali come Nike.
Il richiamo all’evangelica camminata sulle acque altro non era che un espediente bassissimo per portare l’attenzione sul contenuto delle solette di queste scarpe che, è meglio ricordarlo, sono state chiamate “Jesus”, in uno slancio di banalità e profanazione della simbologia sacra che mai si era registrato prima.
Nelle suole sono contenuti 60cc di acqua santa, ma non è liquido da lavacro di chiesa rionale, bensì prezioso schizzo prelevato dal Giordano e benedetto da un sacerdote, pagato dalla multinazionale per aspergere con altra acqua benedetta le solette in gomma delle scarpe da oltre tremila dollari. Sì, le scarpe Jesus hanno sfiorato addirittura il valore commerciale di quasi tremilaottocento dollari, a due mesi dal lancio sul mercato. Colpa, forse, anche della massiccia croce dorata che tiene uniti i sacri lacci.

A realizzare questa mostruosità del kitsch commerciale è stata la MSCHF che ha quartier generale a New York, in un palazzo, scherzo del destino, di proprietà della Chiesa. Da parte del direttore della grande casa di produzione, Daniel Greenberg, non sono mai arrivate spiegazioni chiare, soprattutto sulla reale consistenza della joint venture tra Nike e MSCHF.
Le Nike Jesus, o Nike INRI come vengono chiamate dai collezionisti, sono andate a ruba in pochi mesi, nonostante proprio la Nike avesse preso le distanze dall’operazione blasfemo-commerciale, a due settimane dal lancio delle scarpe sui cataloghi del web. Niente paura, per gli appassionati più accesi di camminate sull’acqua e scarpe sportive adatte per l’occasione, la MSCHF ha deciso di reintrodurre il prodotto Jesus ogni secondo e quarto martedì del mese, consentendo così tempi di accaparramento della scarpa che rasentano l’asta da setta occulta.
In realtà, la Jesus è una scarpa che doveva essere indirizzata ai big dello spettacolo e ai Paperoni di ogni latitudine, con una piena e sostanziale collaborazione della Nike che aveva concesso di modificare le originali Air Max 97, proprio per trasformarle nelle oscene e bruttissime Jesus.
Ma, la polemica ha fatto il suo corso e Nike, spaventata per una probabile ondata di critiche anche da parte degli ambienti ecclesiastici, ha preferito tirarsi fuori dall’affare, producendo addirittura dei comunicati, nei quali si leggeva che la multinazionale sportiva di Beaverton nulla aveva a che fare con l’operazione “sacra” della MSCHF. Una vergogna senza precedenti, ma nulla in confronto ai retroscena. Nike, proprio nel periodo di lavorazione delle Jesus, stava provando a venir fuori da una terrificante storia di sfruttamento del lavoro minorile in Cambogia, dove usava bambini per confezionare e assemblare i suoi prodotti più costosi. Nonostante il fatturato di trentacinque miliardi di dollari all’anno, in quel periodo la multinazionale pare non avesse smesso di far lavorare minori in condizioni disumane, anzi. Venne alla luce che la Nike concedeva la gestione delle fabbriche a terzi, per poter scaricare ogni responsabilità proprio sui proprietari degli opifici. Uno stratagemma per usare manodopera minorile, senza avere responsabilità dirette.
Insomma, Gesù non c’entra un bel nulla, se una scarpa di gomma viene cucita da un bambino affamato che guadagna poco meno di un dollaro al giorno, per 12 ore di lavoro infernale. Ma questo, quelli con l’Acqua Santa nella soletta delle scarpe, non lo sapranno mai.

di Salvatore Minieri
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°203
MARZO 2020

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