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Sbandierata come la panacea dei problemi economici del Paese, strumento definito rivoluzionario. “Rivoluzione”, parola che, è ben tenere a mente, si presta a oscillanti chiavi di lettura: positivo – negativo.

La flat tax è stata introdotta in Italia dalla Legge di Bilancio 2019 con il fine di cambiare progressivamente il sistema tributario. Essa letteralmente vuol dire “tassa piatta” e cioè è una imposta ad aliquota fissa in una misura percentuale del 15% – 20%.

Il processo di inserimento avverrà in modo graduale: nel 2019 la flat tax del 15% riguarderà infatti gli insegnanti che danno lezioni private, i liberi professionisti e le imprese (con ricavi inferiori ai 65.000 euro); nel 2020 verrà applicata nella misura del 20% a fronte di un innalzamento dei ricavi di liberi professionisti e imprese, da 65.001 a 100.000 euro; nel 2021 infine, stando alle intenzioni del Governo, la flat tax verrà estesa anche alle famiglie.

Attualmente il criterio impositivo delle imposte sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), è basato su un sistema di aliquote crescenti. Stabilite fasce di reddito, da 0 a 15.000 euro – da 15.001 a 28.000 euro e così via, a ciascuna si applica un’aliquota percentuale che cresce all’ aumentare del reddito. Tale sistema si definisce progressivo: maggiore è il reddito più imposte si pagano.

Invece con la flat tax non c’è distinguo poiché una volta stabilita la misura percentuale da applicare, essa sarà uguale per ogni reddito; ma sono delle eccezioni: i pensionati e i dipendenti con reddito annuale pari o inferiore a 13.00 euro annuali, esonerati completamente dal pagamento delle imposte. Insomma, al di sotto dei 13.000 nulla è dovuto dai contribuenti, sopra questa soglia, l’imposta viene applicata solo alla parte che supera il tetto dei 13.000 euro.

Il tema è ovviamente di alta sensibilità non solo economica ma anche sociale, e le opinioni riguardo questo provvedimento sono variegate.

I sostenitori della manovra ritengono che abbia dei risvolti positivi, come: una tassazione minore aiuterebbe le imprese, che dovendo pagare meno tasse, avrebbero maggior denaro da investire e per la formazione del personale; meno tasse sarebbero anche un argine all’evasione e al dramma dell’elusione fiscale; un sistema di tassazione più semplice consentirebbe ai contribuenti di compilare in autonomia la propria dichiarazione dei redditi.

Gli oppositori sostengono che la flat tax risulta essere un vantaggio ad appannaggio dei ricchi. La stessa aliquota applicata a redditi elevatissimi esercita infatti una pressione fiscale inferiore rispetto a quelli più bassi, la riduzione delle entrate nelle Casse dello Stato determinerebbe l’effetto di un taglio della spesa nei servizi pubblici fondamentali ed anche le detrazioni, attualmente previste per i contribuenti che si trovano in particolari condizioni familiari (numero di figli, spese mediche), non sarebbero più sostenibili.

La Flat Tax è da verificare anche sul piano di conformità alla Costituzione.

C’è chi ritiene che la flat tax, soprattutto sul piano sostanziale, sia in contrasto con il principio costituzionale espresso nell’ articolo 53 in base al quale: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività” esso, quindi, prevede un sistema tributario a carattere progressivo in modo da soddisfare anche il principio di uguaglianza materiale e sostanziale previsto dall’ articolo 3 Cost che pare essere messo proprio in crisi da questa norma.

La flat tax sembra infatti discriminare i contribuenti meno facoltosi, perché l’imposizione di una soglia fissa si discrimina chiunque non guadagni abbastanza da trarne vantaggio e si favoriscono invece i più ricchi. In questo modo lo Stato abdica al suo ruolo di Stato e diventa come un’impresa, che concorre con altri Stati-imprese per attrarre capitali.

Altri sostengono che il secondo comma dell’art. 53 riflette una scelta basica di politica fiscale: il Costituente non prescrive espressamente un sistema tributario “progressivo” ma “informato a criteri di progressività” e quindi non ci si trova dinnanzi a un vincolo costituzionale a favore di aliquote progressive.

Al contrario, invece, la Costituzione prende atto dell’esistenza di più strade logicamente percorribili per giungere all’obiettivo di un sistema tributario che sia tendente alla progressività.

Si può rispettare il dettato costituzionale localizzando la nozione di progressività sulle esenzioni, sulle deduzioni, sulle detrazioni e su sistemi equivalenti invece che sulle aliquote.

Insomma l’argomento si presta a svariati punti di vista e di conseguenza a divergenti opinioni, ma si ha la certezza che temi del genere debbano essere gestiti da persone competenti che non fanno dell’economia un semplice mezzo di propaganda e che bisogna sempre avere come finalità la coesione sociale del Paese e una valida distribuzione delle ricchezze per ottenere un benessere complessivo.

di Salvatore Sardella

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