Dopotutto, si tratta solo di un taglio. Un taglio che oltre a recidere materialmente parte dei genitali esterni della donna, taglia via l’integrità e la dignità della stessa. Sì, perché per quanto le mutilazioni genitali femminili possano essere legate a tradizioni e gesti della cultura tribale, non sono altro che una violazione dei diritti umani, formalmente riconosciute come tale dalla Convenzione di Vienna (1993). È recente la notizia circa una nuova legge sulle mutilazioni genitali femminili, inserita nel codice penale del Sudan, che punisce con una pena detentiva di tre anni per chi esegue l’infibulazione. Tuttavia, sono ancora troppi i villaggi in cui migliaia e migliaia di ragazze vengono quotidianamente sottoposte a questa pratica.

Cos’è l’infibulazione? 

A questo proposito, abbiamo intervistato Brendan Wynne, co-founder di Five Foundation, organizzazione internazionale in prima linea da sempre per l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili (MGF), per conoscere l’origine dell’infibulazione e l’impatto sociale, fisico e psicologico sulla donna. «Una MGF consiste nell’alterazione o rimozione dei genitali esterni della donna per motivazioni non legate alla sfera medica. È una pratica che conta circa 200 milioni di ragazze nel mondo, con 68 milioni attualmente a rischio», ha continuato Brendan. «Oltre alle conseguenze sulla psiche della persona su cui viene praticata, vi sono anche dei gravi rischi per la salute. Infatti, se l’operazione non compromette la vita della donna, questa potrà contrarre problemi e patologie durante il parto, durante le mestruazioni e, in alcuni casi, anche diventare sterile».

L’origine dell’infibulazione

Una norma, quella dell’infibulazione, inizialmente volta a tutelare la verginità della donna, poi divenuto un modo per contenere la presunta esuberanza sessuale femminile. In alcune culture, è un rito obbligatorio per il matrimonio, talvolta eseguito dallo stesso futuro sposo, così importante da bollare come “indegne” coloro che decidono di sottrarsi alla tradizione della mutilazione. «Circa la sua origine non si sa molto, se non che questa pratica sia nata in Egitto circa 100 anni fa. Pur essendo praticata dalla maggior parte delle religioni, essa non è requisito per nessuna di queste e non è presenta in nessun testo sacro. È una tradizione che ha preso sempre più tra le tribù che, dominate da un pensiero maschilista, relegano la figura femminile unicamente alla dimensione della procreazione».

Una nuova definizione di donna

Porre fine alla pratica delle mutilazioni genitali femminili, infatti, significa dotare queste società di un nuovo patrimonio valoriale circa la figura della donna. «Nei luoghi in cui le MGF persistono, le ragazze sono considerate al pari di una merce. Quando una ragazza potrà finalmente godere dei suoi diritti umani, potrà agire e comportarsi come parte di quella società. Questa ridefinizione della donna come soggetto attivo e propositivo è uno degli obiettivi della lotta MGF». Il successo di questo progetto presuppone la formazione di un nuovo sostrato culturale, perché, anche qualora la legge venga implementata a dovere in questi paesi, c’è bisogno di una consapevolezza di fondo maggiore, sia da parte degli uomini che delle donne. Infatti, non sono rari i casi in cui queste ultime, figlie di una forma mentis basata sulla prevaricazione e sulla misoginia, si siano sottoposte volontariamente all’infibulazione, perché aspiranti alla purezza di cui questa pratica si fa generatrice.

L’impatto dell’infibulazione sull’economia

«L’impegno di Five Foundation, inoltre, si concentra principalmente sull’utilizzo di nuove fonti di finanziamento per porre fine alle MGF», ha dichiarato Brendan. Questo perché le MGF non sono solo una barbara violazione dei diritti delle donne, ma rappresentano anche un costo molto pesante per l’economia a livello globale: una tragedia dal prezzo complessivo di 1,4 miliardi di dollari. «Al momento è un problema drammaticamente sotto finanziato: per ogni donna colpita, vi è 1$ disponibile. Dobbiamo assicurarci che le organizzazioni in prima linea siano in grado di accedere ai finanziamenti per porre fine alle MGF. Al momento non è così».

di Carmelina D’aniello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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