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La dura realtà dei Teatri in provincia: parla il Direttore del Teatro Lendi

Luisa Del Prete 18/07/2023
Updated 2023/07/18 at 1:19 PM
5 Minuti per la lettura

Ultimamente si sente sempre parlare con accezione, purtroppo, negativa dei luoghi di cultura nei nostri territori. Cinema quasi tutti chiusi o verso la chiusura, Teatri che stentano a riaprire o che, con affanno, portano avanti il tutto. Però, non tutto è perduto, per la rinascita della cultura c’è sempre qualche storia di speranza e tenacia, pronta a ribaltare queste statistiche. Tra l’area a nord di Napoli e a sud di Caserta, precisamente nel Comune di Sant’Arpino, da anni è attivo il Teatro Lendi: un punto di riferimento culturale per tutto il territorio. Con una programmazione che, solo nell’ultimo anno, ha visto nomi importanti del Teatro contemporaneo: da Peppe Iodice a Biagio Izzo, Silvio Orlando, Stefano de Martino e tanti altri. Siamo andati a far visita al giovane Direttore artistico del Teatro Lendi Francesco Scarano che ci ha raccontato la passione che l’ha spinto verso questa professione.

«Non vengo da una famiglia di teatranti – afferma –, ma fin da piccolo mi sono avvicinato al Teatro perché ne ho sentito il richiamo, una forza che mi spingeva sempre di più verso questa strada che era quella giusta da prendere».

Ma soprattutto il coraggio perché in questo territorio si vedono sempre più luoghi della cultura svanire e tutte le persone disinnamorarsi o, nella migliore delle ipotesi, spingersi verso Napoli. Scarano ci ha raccontato la realtà di un Teatro di provincia, la voglia di riscatto di questi luoghi e di coinvolgimento delle persone del territorio. La resistenza di chi, anche nei momenti più bui ci ha sempre creduto e continuerà a farlo.

Voi siete da anni attivi sul territorio di Sant’Arpino, collocato tra l’area nord di Napoli e Caserta sud. Qual è la realtà quotidiana di un Teatro di provincia?

«È faticoso perché il Teatro non è ricco economicamente: portare avanti una programmazione di questo livello, con questi nomi e tutti questi giorni di repliche, non è semplice perché si diventa sempre di più un Te – atro articolato, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Sei molto più vicino a quelli di città anche perché riesci ad abbracciare una serie di spettacoli che nei Teatri di provincia, molto spesso, non ci vanno proprio. Tutto parte dalla predisposizione: se tu nel sangue hai il Teatro, tu lo fai (non senza fatica), ma anche con fatica, superi l’ostacolo perché il risultato che ottieni è come l’ossigeno per respirare».

Riuscire ad intercettare pubblico in provincia, per un Teatro, è sicura – mente più difficile rispetto ad una grande città. Tu che rapporto hai con i tuoi spettatori?

«La mia forma maggiore di piacere è stata quella, durante gli spettacoli, di rivolgere lo sguardo al pubblico e stare lì ad intercettare sguardi, ghigni, sorrisi, lacrime, per individuare “lo spettacolo del pubblico”. Bisogna puntare su un cartellone che riesca ad abbracciare un po’ tutti perché qui vengono persone di età e di genere diversi. La stagione teatrale perfetta non esiste, lo spettacolo che piace a tutti non esiste, ma è soprattutto questa la forza dello spettacolo dal vivo».

Qual è stata la forza che vi ha fatto resistere anche durante la pandemia?

«La voglia di continuare ad emozionare e a creare contatto tra le persone. Quando c’è stato il periodo covid, non è mancato il Teatro in quanto tale con le sue varie messe in scena, ma lo stato emozionale che è connesso ad esso: lo stare lì ed emozionarsi davanti ad uno spettacolo. Ma soprattutto il confronto; nella società di oggi si stanno impoverendo sempre di più i confronti tra gli esseri umani e la funzione del Teatro è fondamentale anche per lo scambio di idee che c’è dopo uno spettacolo».

Infatti, io, da cittadina di questo territorio, ho visto il Teatro Lendi ripartire con forza nel post pandemia…

«Questo Teatro è vivo, soprattutto da dopo la pandemia perché anche durante il covid, il Teatro si allenava e quando ci hanno detto che potevamo ripartire, noi eravamo già pronti. Quando siamo stati fermi, il nostro pensiero principale non era quello di rimandare con la scusa del “tanto adesso non possiamo fare niente”, anzi, siamo stati molto attivi ed io resto fermo nella mia convinzione che il Teatro non morirà mai. Esiste da milioni di anni e la gente ama vivere di persone: quel quasi contatto, quello vuole la gente».

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