Una triste normalità è, da tempo, diventata l’immagine dei centri commerciali affollati. Un nugolo di persone che, come mosche impazzite, popolano questi enormi edifici in cerca di ogni possibile merce desiderabile e/o pensabile.

Un fenomeno del genere, entrato a far parte di una sorta di tradizione quotidiana ormai, trova, però, il suo apice nella domenica, giorno, per antonomasia, dedicato al riposo. Tale elemento, soprattutto in questi ultimi tempi, non ha mancato di suscitare, da più fronti, discussioni e polemiche, confronti e scontri attraverso cui si è tentato di cogliere quanto e se fosse giusto, ad esempio, di domenica, lasciare i negozi aperti. Tutto in nome di un (finto) shopping che veste gli abiti di una distrazione con l’intento di mascherare – troppe volte in malo modo – una noia soggiacente e vertiginosa, coinquilina di un modo di essere e di fare assai superficiale. Accanto a ciò si è poi fatto strada l’interrogativo del perché molte persone preferiscano, in maniera quasi ossessiva, i centri commerciali a tutto il resto.
Molte sarebbero le prospettive secondo cui interessarsi a questo dato, tuttavia si possono ritenere essenzialmente due gli aspetti da non sottovalutare.

Anzitutto il punto di vista del lavoratore che, soggetto a regole commerciali talvolta disumane, resta “spodestato” del suo diritto a vivere il riposo in una giornata di festa. Quasi costretto a normalizzarsi secondo un ritmo improprio, resta prigioniero di una dimensione alla quale soccombere senza, spesso, diritto d’appello. Lo stesso riscontro economico resta, per la maggior parte dei casi, una mera illusione. Contrariamente, infatti, a quanto si potrebbe pensare, queste aperture domenicali non producono vantaggi per i lavoratori, come emerge da più ricerche attuate in questa direzione, ma, al contrario, non fanno altro che evidenziare la profonda piaga del sottopagamento a cui ogni lavoratore, talvolta senza un normale e onesto contratto lavorativo, è soggetto.

Legato a questa considerazione occorre poi necessariamente soffermarsi su quale sia oggi, e se sia visibile il significato profondo che questa “interruzione” di tempo porta con sé.
Nella frenesia di una compulsione collettiva, si tocca quasi con mano lo smarrimento del senso della diversità temporale che campeggia nella nostra società. Tutto sembra essere stato ridotto alle categorie di consumo e possesso, dell’avere e della distrazione obbligata per combattere quelle situazioni che, tante volte e per tanti motivi, ci chiedono invece di sostare e riflettere. Ogni cosa, per essere manipolata e “compresa” deve adattarsi a schematismi precostituiti che non lasciano spazio alla capacità critica di porre delle differenze.

Quasi relegata a un tempo esclusivamente clericale, la domenica soffre, quindi, di una crisi di identità che le ha fatto perdere il suo valore di aggregazione e condivisione. Relegato a un giorno come gli altri – con la differenza di qualche ora in più di libertà e svago – ha perduto il suo unicum.

Esiliata e considerata come un tempo in cui, più o meno, c’è un dovere religioso da svolgere, si è vista destituita del profondo significato che, da sempre, le è stato insito.
Occorre recuperare la consapevolezza che essa non è solo un giorno in cui una determinata
confessione religiosa espleta i propri doveri/bisogni, ma uno spazio in cui ogni soggetto può
rivedere la propria appartenenza a qualcosa che non sia solo dettato da un bisogno materiale. Una civiltà che risulta incapace di fermarsi, corre il rischio di abbrutire la parte più bella di sé, quella creativa e costruttiva, che consente a ciascun individuo un progresso anzitutto interiore e poi esteriore. In questi tempi urge uno sguardo coraggioso che consenta di vedere le cose non per come appaiono, ma per come sono realmente. Che permetta di tornare a vedere la sostanza reale di quanto ci attraversa. La domenica stessa, in questo senso, ha necessità di riappropriarsi del proprio specifico. Sarebbe opportuno e meraviglioso ritornare a viverla come un luogo di riposo della mente e dell’anima, un mare aperto dove poter navigare e non più una pozzanghera dove stagnare.

di Francesco Cuciniello

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