Le metastasi del calcio italiano: stadi fatiscenti, arbitri “dismessi” se non si uniformano, l’affare dei diritti tv e lo spostamento dello spettacolo dal campo al piccolo schermo.

Il calcio italiano è moribondo. Il calcio italiano necessita di infrastrutture: stadi nuovi, servizi, accoglienza per tifosi e famiglie. Il calcio italiano aspetta da sempre investimenti seri nei settori giovanili: occorre trovare un meccanismo cogente che obblighi davvero tutte le società a destinare una parte minima e fissa del bilancio al futuro dei giovani atleti italiani. Usciamo da anni bui. La mancata partecipazione ai mondiali di Russia è il frutto avvelenato di questa politica di abbandono anche dei settori giovanili. Il calcio italiano deve investire sulle donne: bisogna consentire alle donne di entrare nel calcio come atlete, arbitri, nella governance delle rappresentanze delle società e degli organi istituzionali del calcio (Lega e FIGC).

Nel calcio italiano occorrerebbe rifondare l’Aia ovvero rivedere meccanismi di selezione delle giacchette nere, la loro professionalizzazione, le loro retribuzioni e inquadramento nel mondo del calcio professionistico. Occorre intervenire anche sul potere feudale, quasi di vita o di morte, del designatore che promuove schiappe o “dismette” (si dice così) eccellenti arbitri solo perchè osano applicare le regole. Ci sono alcuni direttori di gara che sono stati fatti sparire nel giro di pochi mesi solo perchè hanno osato fermare gare di calcio in stadi dove gruppi razzisti organizzati (che mai definirò tifosi) davano fondo al loro odio razziale verso Napoli e i napoletani. Arbitri che i designatori arbitrali hanno fatto fuori così, all’improvviso, senza dover dare alcuna spiegazione per quella clausola di riserva della giurisdizione sportiva che vale solo quando non va contro il potere costituito del calcio italiano. Il caso di Claudio Gavillucci è da scuola. Ovviamente pochi ne parlano di quest’arbitro che dalla sera alla mattina da possibile “internazionale” l’hanno spedito ad arbitrare sui campetti della terza categoria della Ciociaria. Perchè? Aveva fermato una partita di serie A perchè dentro lo stadio Marassi, si giocava Sampdoria Napoli, c’erano cori razzisti verso i napoletani e Koulibaly. Quella sua scelta di applicare il regolamento e, se vogliamo, le leggi italiane, l’ha pagata. Nel calcio italiano occorre insistere con la tecnologia. Bisogna valorizzare al massimo l’esperienza del Var sottraendo però l’uso della tecnologia informatica ed audio visiva alla mera discrezionalità degli arbitri.

La Var room (dello sviluppo se ne sta occupando un ingegnere casertano) come quella dei mondiali in Russia e la possibilità che gli allenatori, in casi davvero clamorosi, abbiano l’opportunità di chiedere all’arbitro in campo di fermare la gara per un minuto e valutare un’azione di gioco che può cambiare le sorti di un match o di un campionato, sono proposte del presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, figlie di buonsenso e servono a svincolare anche il calcio da quel clima velenoso che lo vuole (giusto o sbagliato che sia) asservito alla Juventus e al suo blocco di potere. Il calcio italiano è come l’industria manifatturiera italiana: campa di rendita di posizione ma sta morendo sotto lo sguardo attento e compiaciuto di chi l’ha portato in Svizzera da (in)Fantino per l’eutanasia.

Gli allenatori migliori se ne vanno all’estero (vedi Sarri). I calciatori italiani bravi se ne vanno ovunque per soldi e fama e agognano sempre campionati come quello inglese o spagnolo. L’arrivo di Cristiano Ronaldo in Italia, all’età di 34 anni, per quanto sia un atleta eccezionale e un campione inarrivabile, non ha lo stesso spread in termini di immagine che portò ai suoi tempi lo sbarco di Diego Armando Maradona a Napoli. Ronaldo a Torino è solo una operazione economica della società degli Agnelli ed è funzionale al progetto di conquistare (già che non c’è mai riuscita) la Coppa dalle grandi Orecchie, la Champions League, che i bianconeri hanno sempre fallito all’ultimo istante.

I medici italiani che si occupano di calcio sono ottimi ma quando non se ne vanno altrove per ragioni professionali non sempre ricevono in Italia l’attenzione che meritano per il lavoro che svolgono. Sono loro che consentono un campionato regolare sia per quel che riguarda la condizione fisico/atletica dei calciatori che per l’assunzione di sostanze che siano di supporto all’attività ma non la “dopano”. Stesso discorso per i preparatori atletici. Lo staff medico del Napoli capitanato dal professor Alfonso De Nicola non è solo uno splendido gruppo di lavoro che sta aiutando il Napoli a riscuotere i suoi successi ma è anche un modello scientifico di lavoro nel mondo dello sport da imitare.

Gli imprenditori onesti se ne vanno. I Cinesi che acquistano società blasonate in Italia vanno e vengono ma non possono diventare loro i padroni del calcio italiano. Per molti motivi, alcuni dei quali sono oggetto di studio della magistratura, che in taluni casi vuole vedere chiaro in milionari passaggi di maggioranza di pacchetti di azioni di società che evidentemente non hanno mai convinto fino in fondo. Il calcio italiano ha bisogno del ritorno dei tifosi. Sono sempre meno quelli che “vivono” lo stadio, assistono allo spettacolo del calcio nel suo tempio naturale. E questo accade per quei due motivi che rappresentano un po’ il cancro che rischia di uccidere il calcio: infrastrutture fatiscenti e affare dei diritti tv. Degli stadi fatiscenti, non accoglienti, sappiamo ogni cosa e ci siamo fatti anche una idea dell’affare che si cela dietro. Del progressivo spostamento dello spettacolo del calcio dagli stadi alla tv per alimentare quel circuito che si chiama diritti tv e tutto quello che ci gira intorno, invece, ne sappiamo poco. C’è poco giornalismo investigativo lungo questo versante. Dei diritti tv e di quello che ci gira intorno, ce ne occuperemo a breve.

di Paolo Chiariello
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