Non è facile confrontarsi con le attuali dinamiche sociali soprattutto quando si parla di etica, ambiente e multiculturalismo.
Il Dott. Marcello Anselmo giornalista, regista del programma radiofonico “Zazà”, documentarista, ricercatore presso la Casa della Cultura Mediterranea di Marsiglia ed esperto dell’Area Mediterranea, ci fornisce un’idea su alcune attuali tematiche.

Il concetto di Etica proposto dal filosofo francese Alain Badiou tende ad un riconoscimento dell’altro, ad un multiculturalismo. Ritiene valido questo concetto?
«Concordo con l’idea di un’etica, nella sua accezione contemporanea come multiculturalismo. Nel nostro presente si cerca di dividere le culture e far sì che non si abbia quel normale scambio. Vediamo “l’altro” come una diversità e non un’opportunità con cui crescere. Deve prevalere il rispetto e la curiosità. Ciò che manca oggi è proprio la solidarietà. Vero che la nostra generazione è attanagliata dall’incertezza lavorativa, sociale ed economica, ma di fronte alle difficoltà o ad una paventata aggressione, scompare ogni trama di costruzione di vicinanza tra uguali».
L’attuale “emergenza” migranti ha coinvolto in modo particolare il nostro paese. È d’accordo con le posizioni dell’attuale Governo?
«Il Governo a mio parere cavalca degli stati d’animo, soprattutto in merito alla chiusura della particolarità culturale. Il problema della migrazione non è solo nella regolamentazione del flusso degli sbarchi, ma nella gestione dell’accoglienza. A differenza dell’Italia dove il flusso degli sbarchi è diminuito negli ultimi anni (circa 21.839 sbarchi dal 1/01 al 19/10 2018, rispetto ai 110.636 dello scorso anno. ndr), gli altri Paesi europei sono in grado di “accogliere”, insegnare la lingua e scegliere chi è in grado di poter restare. Oltre a non avere un’emergenza non siamo in grado di sfruttare le competenze di cui i singoli migranti attraverso il Mediterraneo portano in Europa».
Il lavoro svolto dalle ONG nel Mediterraneo potrebbe in qualche modo aiutare i popoli ospitanti a comprendere le motivazioni che li hanno costretti ad abbandonare la loro terra?
«Si deve pensare che in mare non sono presenti solo le ONG che svolgono un lavoro meritevole per il salvataggio delle persone. La “legge del mare” impone ai mercantili di soccorrere le persone in pericolo nelle acque marine e ciò rallenta notevolmente il loro cammino verso i porti e quindi il flusso delle merci. Le ONG hanno una responsabilità nel senso che quando parliamo di sistema di accoglienza dobbiamo riferirci a quello pubblico senza un intervento preponderante del privato sociale. Devono essere in grado di svolgere il loro lavoro con operatori preparati ed esperti, mentre una delle carenze dell’accoglienza nel nostro Paese è proprio la mancata competenza alla quale si aggiunge la logica del profitto».
Alcune zone del nostro Paese versano in un degrado ambientale molto evidente e Castel Volturno ne è un esempio. Quali, secondo Lei, sono le misure da adottare per riqualificare il luogo al fine di renderlo una meta turistica e fruibile ai cittadini?
«Quella bellissima costa è stata devastata dalla speculazione edilizia. La scomparsa delle dune, il massacro dell’ecosistema è dovuto solo agli interessi privati di imprenditori italiani durante un boom economico inesistente.
Il territorio è stato poi abbandonato dalle Istituzioni locali e nazionali che non hanno messo in campo adeguati interventi di riqualificazione. Dagli anni ’80 poi le “strutture del degrado” sono state utilizzate come luoghi di accoglienza per la migrazione e ciò ha fatto proliferare la malavita proveniente dalla Nigeria, la quale si è mescolata con il potere malavitoso locale. Ciò, insieme all’aggressione ambientale costiera e dell’entroterra, si è sovrapposto all’accoglienza in ambienti già oggetti di incuria. Si cerca comunque di rivalutare il territorio come il riutilizzo delle strutture lì presenti che ospitano i migranti. Il problema non è certo solo quello della sicurezza, ma soprattutto di qualità del contesto territoriale in cui si vive per cui la riqualificazione è un’opportunità di sviluppo e di lavoro. Il problema non è solo quello di non far partire i giovani da questi territori ma di attrarre le persone a vivere in questi luoghi e cercare di sfruttare le loro competenze per trovare delle soluzioni».

Se vogliamo continuare a sentirci globalizzati nel senso di favorire quella integrazione sociale e culturale è necessario ripensare al Mediterraneo come un punto nevralgico delle civiltà, il luogo dove le varie culture si incontrano e si rimescolano e non come un muro acqueo che si frappone tra il mondo “agiato” e non.

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