La crisi economica del calcio

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Si sente spesso parlare del calcio come un settore in crisi non solo in ambito prettamente tecnico, ma soprattutto economico.

Numerosi sono stati i tracolli finanziari dei club del panorama nazionale, tra i quali mi viene in mente quello recente del Parma del 2015, ed ora che il virus ha posto un blocco forzato dell’economia calcistica, giacché il senso ludico e sociale del gioco pare essere addirittura in terzo piano, mi è sorta la curiosità di inserirmi nelle crepe di questo sistema.

Di sovente in Italia le società sportive calcistiche sono stati caratterizzati da gestioni poco trasparenti e da risultati economici cronicamente negativi soprattutto per le società con meno appeal e meno disponibilità economica.

Tale squilibrio ha fatto emergere un aspetto che dovrà indurre ad un mutamento di prospettiva nell’analisi giuridico- economica del fenomeno sportivo: la regolarità sportiva delle competizioni.

I due aspetti sono strettamente connessi perché la squadra il cui amministratore elude le imposte, o falsifica il bilancio, a parità di altri potrà ugualmente creare un team di atleti di maggiore livello tecnico o potrà garantirsi l’ ingaggio dell’allenatore più in voga, ecco quindi, che si configura una doppia violazione: le norme di legge che stabiliscono la disciplina fiscale e contabile delle società commerciali e i principi di lealtà sportiva.

Se la funzione sociale dello sport appare oggi messa in pericolo dalla crisi finanziaria ciò deve essere imputato a un deficit normativo e molto probabilmente, di cultura manageriale ed economico-giuridica dei suoi dirigenti, che non ha permesso di garantire la crescita dell’industria calcistica, che svolge un ruolo importante per economia nazionale.

In risposta ai gravi problemi, sono stati adottati comportamenti illeciti  da parte di molte società calcistiche, come ad esempio l’omesso versamento di ritenute e tributi. Tali comportamenti, quasi passati inosservati, hanno generato dei grossi deficit: basti pensare che è stata stimata a circa 700 milioni di euro la somma che le società devono versare allo Stato per le ritenute sul salario dei dipendenti. Un caso che fece scalpore fu quello della Lazio S.p.a alla quale, nel 2006, venne garantito un piano di rateazione in 23 anni per pagare il debito, a differenza di un comune imprenditore che può ottenere pagamento rateizzato.

A peggiorare ancora di più la crisi economica-finanziaria delle società di calcio sono state, le manovre di bilancio degli amministratori che, disattendendo la corretta applicazione dei principi in materia di rappresentazione e valutazione contabile, poggiano su veri e propri artifici volti a falsificare i conti annuali, dando luogo a quel fenomeno detto “doping amministrativo”, termine coniato da Giraudo amministratore delegato della Juventus F.C. S.p.a che nel 2008, oltre Calciopoli, gli fu imputato anche il falso in bilancio. In questo ambito, assume particolare rilevanza l’effettuazione di operazioni di scambio di calciatori tra due società per controvalori elevati, cioè superiori a quelli reali, e spesso senza alcun versamento di denaro. Queste manovre consentono di iscrivere al cedente una considerevole plusvalenza, idonea a compensare o quantomeno a contenere le perdite di esercizio, e al cessionario un costo ammortizzabile lungo il periodo di durata del contratto con il calciatore. Tale sistema benché sia stato regolamentato nel 2012, continua ad aver luogo con escamotage differenti.

Neppure il blasone e le bacheche sono antidoti al fallimento o alla mala gestione della società: Fiorentina, Napoli, lo Spezia calcio che hanno vinto almeno una volta il campionato nazionale sono dovuto risorgere dalle proprie ceneri; le due squadre di Milano sono state l’esempio della caduta dei giganti per essere poi intrappolate in dubbi passaggi societari che, se in parte ne hanno risanato i problemi economici, non hanno determinato – almeno per ora – un successo sul versante agonistico. Le ragioni di questa ecatombe sono parecchie; ci sono sia fattori congiunturali, con pacchetti azionari caduti nelle mani di personaggi improbabili che perseguono mera notorietà, se non fini illeciti, sia fattori strutturali.

La situazione del calcio italiano risulta misera soprattutto se la si mette in relazione con i campionati esteri.

La stagione chiave in cui le strade di Serie A e Premier League arrivano al bivio è quella a cavallo del Duemila, a seguito delle riforme strutturali del calcio inglese; a ciò si aggiunge lo sviluppo del calcio tedesco e spagnolo. Un dato che permette di comprendere anche la differenza concettuale legata al gioco del calcio è quello relativo agli investimenti delle strutture: dal 1998 al 2013 è stato stimato che i club della Premier League abbiano guadagnato complessivamente 31 miliardi di euro e ne abbiano spesi 27 per mantenere gli organici. Allo stesso modo i club della Liga spagnola nello stesso periodo hanno incassato raccolgono 18 miliardi e ne spendono 15 per il costo del lavoro umano. Ma negli ultimi 15 anni meglio di tutti fanno le società della Bundesliga che realizzano 19,5 miliardi di ricavi, spendendone solo 13 (ottenendo in tal modo un surplus derivante dalla gestione operativa di 6, 5 miliardi).

Tutto al contrario di quanto fatto nello stesso periodo dai club italiani che hanno speso tutto, pur avendo raddoppiato il proprio fatturato con i contratti tv che è ciò che attualmente li regge.

Gli investimenti sulle strutture infrastrutturali dovrebbero essere oggi la priorità per i club, creare stadi e zone limitrofe altamente innovative e ludiche potrebbe rappresentare la chiave di volta per tante società sportive. Gli stadi dovrebbero essere concepiti per essere utilizzati 365 giorni all’anno.

L’ esperienza inglese e quella tedesca – emblematica è la struttura polifunzionale dell’Allianz Arena di Monaco – testimoniano che il rinnovamento degli impianti italiani sarebbe capace di generare un aumento degli spettatori di circa 40 punti percentuali, passando da una media di 23 mila spettatori a una media di 32 mila spettatori annui; in Serie A si potrebbe aumentare il prezzo medio dei biglietti di almeno il 20 %.

Dunque favorire gli investimenti in infrastrutture, intraprendere più iniziative commerciali e di marketing in Italia e all’estero, nonché creare maggior rapporto tra giocatori e tifosi attraverso i social permetterebbe di ottenere migliori risultati in termini di fatturato e un maggior distacco dalla teledipendenza, favorire lo sviluppo di accademie e settori giovanili per far praticare questo sport a tantissimi ragazzini e ragazzine dando loro la reale possibilità di emergere ed affermarsi come professionisti.

Seppure breve e non dettagliata, questa riflessione ci mostra come il sistema calcio-italia abbia sicuramente bisogno di un’inversione di tendenza, e forse, più che pensare a riprendere il vecchio baraccone è opportuno procedere ad una sua rifondazione che sappia generare un visone futuristica che tenga conto innanzitutto degli aspetti sociali del gioco in quanto capaci di generare, anche, uno poderoso sviluppo economico.

di Salvatore Sardella

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