La Costituzione e il Covid-19

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La fuga, il virus e la Costituzione. “In direzione ostinata e contraria” nonché il “il dolore degli altri e dolore a metà”. Mi sono venute in mente queste due frasi quando ho visto le immagini della fuga da Milano.

Ostinati a lanciarsi nei vagoni in spregio al decreto – spifferato ancor prima di essere firmato – incuranti del dolore che possa arrivare qui giù. Sarebbe opportuno ricordare che la loro mobilità sottende una originaria emigrazione forzata, per motivi noti. Casa è dove è il tuo cuore, no addò stanne ‘e sorde. Ma è un altro tema, e in fondo voglio essere scevro da ogni eventuale moralismo.

L’articolo 32 della Costituzione sancisce: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (…).”  Ecco quindi il tentativo di condurre una riflessione sul ruolo che, in concreto, viene giocato dalla Repubblica nella tutela di un bene che non è solo individuale, ma che viene pure designato come interesse collettivo. La valutazione del diritto alla salute trascende la dimensione individuale, quindi, assume risvolto sociale.

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Tale visione di diritto alla salute ultraindividuale è dovuta anche al fatto che se questo diritto restasse nella sfera prettamente soggettiva, si potrebbe fare una fatica a riconoscere il ruolo dello Stato nell’ambito della sanità per promuovere e tutelare tale diritto che prescinde dalla dimensione soggettiva e va a collocarsi su un piano di indefinita generalità, andando a proteggere qualsiasi individuo la cui salute possa, in un qualche modo, essere messa a rischio.
Ecco che riemerge l’incidenza sociale del diritto alla salute: in presenza di eventi di una certa gravità si possono emanare, da parte di chi ne è deputato, ordinanze contingibili e urgenti, o di altri consimili provvedimenti (come la quarantena), aventi la finalità di risolvere situazioni emergenziali, potenzialmente pericolose per la collettività. Quindi il diritto del singolo di preservare la propria autodeterminatezza di per sé libera e incoercibile si arresta nel momento stesso in cui produce anche solo potenziali rischi per l’altrui salute. Questa regola, che risponde a ragionevolezza e logicità e messa in relazione al primo comma dell’art. 32 finendo con il fugare ogni dubbio sulla possibilità che a prevalere sia la possibilità per il singolo di disporre come crede della sua salute, poiché, anche quantitativamente, sono più coloro che non vogliono subire la condotta altrui, rispetto ai soggetti che, desiderosi di esprimere al massimo loro libertà, non vogliono ricevere cure. Rispetto, ad esempio, ai trattamenti sanitarie che impongono l’obbligo di quarantena viene posto in evidenza che, oltre alla comune finalità di pubblico interesse di evitare che, con la propagazione del morbo sia messa in pericolo la salute collettiva, non vi sarebbe la privazione di autodeterminazione del soggetto sottoposto al trattamento poiché nulla impedisce infatti, che al soggetto messo in isolamento per evitare il contagio, sia data la possibilità di scegliere se curarsi o meno, accettandone le conseguenze, in primis di non poter tornare nel proprio contesto di riferimento fintantoché la malattia non fosse stata debellata e il soggetto fosse dichiarato non più “pericoloso” per la comunità.

Abbandonando ogni giudizio morale sulla condotta delle persone è importante semmai una scrupolosa applicazione dei doveri di solidarietà sociale e del principio di eguaglianza in relazione a quanto previsto dagli art.2 e 3 della Costituzione.
Bisogna, per un interesse collettivo, in spregio alle disparità di fatto delle situazioni di partenza, migliorare in toto le condizioni di vita di ciascuno.

di Salvatore Sardella

 

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